11. La promozione del volgare

Fra il 1302 e il 1304 i Bianchi esiliati, stretta un’alleanza militare con i fuorusciti Ghibellini e con altre forze antifiorentine, combattono per rovesciare il regime dei Neri. Le loro speranze di ritornare in città con le armi si infrangono contro la sconfitta subita il 20 luglio 1304 nella battaglia della Lastra. Dante, saldamente inserito nel gruppo dirigente dei Bianchi in esilio, per un certo periodo ha condiviso questa strategia, ma ancor prima del disastro della Lastra sembra aver nutrito dubbi sulla sua efficacia. È un fatto che egli rompe con i compagni di lotta e li abbandona già nell’estate del 1304. Tutto lascia credere che si sia rifugiato a Bologna. In questa città universitaria può dedicarsi agli studi e alla stesura di due trattati fra loro connessi, il Convivio e il De vulgari eloquentia. In essi egli medita sulle esperienze fatte dopo l’esilio e in particolare sul ruolo della classe nobiliare. Si interroga anche sulla lingua come strumento indispensabile per ricostruire un ceto dirigente unitario nella Penisola.

Almeno a partire dal pellegrinaggio a Roma per il giubileo (1300), Dante ha scoperto che la lingua del «sì» è molto più frammentata di quanto egli credeva quando conosceva solo i dialetti della Toscana e del Bolognese. C’è quasi un senso di stupore nelle parole con le quali si chiede perché «la parlata della parte destra dell’Italia [si differenzi] da quella della parte sinistra (per esempio i padovani parlano diversamente dai pisani); e perché anche abitanti più vicini discordino nel parlare, come i milanesi e i veronesi, i romani e i fiorentini, e addirittura appartenenti a gente affine, come i napoletani e i caietani, i ravennati e i faentini, e infine, ciò che è più stupefacente, residenti sotto il medesimo reggimento cittadino, come i bolognesi di Borgo San Felice e i bolognesi di Strada Maggiore». All’uomo vissuto quasi sempre dentro le mura di una sola città si spalancano panorami imprevisti; altre città e altre tradizioni culturali e linguistiche attirano la sua attenzione, suscitano il suo interesse: il municipale si sente cittadino del mondo («Nos autem, cui mundus est patria»).

Dante si rende conto che i ceti dirigenti italiani mancano di una lingua comune. Nel passato questa era stata il latino, ma adesso egli deve constatare – e come autore delle elaborate epistole diplomatiche scritte per conto dell’Università dei Bianchi ne ha piena consapevolezza – che «principi, baroni, cavalieri, e molt’altra nobile gente» sono «volgari, e non litterati», sono digiuni di latino. Quest’ultimo, da lingua di comunicazione delle classi superiori, si è trasformato in una lingua specialistica, appannaggio dei ceti universitari e degli strati professionali più elevati. Per queste élite culturali (che Dante identifica con i «legisti, li medici e quasi tutti li religiosi») la conoscenza non è finalizzata al conseguimento della «felicità» individuale e al bene comune, ma all’utile e al guadagno: «non acquistano la lettera [il latino] per lo suo uso, ma in quanto per quella guadagnano denari o dignitate». Insomma, l’alta cultura così come si è andata configurando attraverso il sistema universitario non serve per ricostruire un tessuto comune alla dispersa nobiltà italiana. Per unificare una nobiltà divisa politicamente, geograficamente e linguisticamente occorre uno strumento nuovo che nei confronti della varietà dei volgari possa svolgere un ruolo simile a quello svolto storicamente dal latino: occorre dunque una lingua che possieda caratteri di selettività, omogeneità, dignità, stabilità. Questa lingua ancora non esiste, ma la geniale utopia di Dante è che il volgare possa diventarlo. Un volgare depurato delle particolarità e dei tratti municipali, reso «illustre», stabile e omogeneo come lo è il latino, lingua artificiale e perciò detta «grammatica», un volgare che diventi lo strumento della comunicazione politica e culturale di quei ceti nobiliari che, anche grazie a esso, potranno ritornare a essere l’asse portante della società. Insomma, nella visione dantesca la nobiltà può rigenerarsi facendo propria, ma in forme nuove, la lingua dei mercanti, dei banchieri, dei borghesi di città, appropriandosi cioè delle armi dei suoi nemici storici. Il sogno utopistico prevede che il volgare riformato alla fine possa addirittura scalzare il latino: «Questo sarà luce nuova, sole nuovo, lo quale surgerà là dove l’usato tramonterà, e darà lume a coloro che sono in tenebre e in oscuritade, per lo usato sole che a loro non luce».