12. Dante «pentito»

Nella primavera del 1306, a seguito di un rivolgimento politico, Dante è costretto ad abbandonare Bologna. Gli si pone il problema drammatico di dove rifugiarsi. Non sono molti i luoghi che possono garantirgli la sicurezza personale (Dante è uno sbandito che non gode più dei diritti di cittadinanza) e nello stesso tempo le risorse per una decorosa sussistenza.

Si fa strada in Dante l’idea di tentare una soluzione personale, cioè di essere perdonato e amnistiato. Un’idea simile può nascere solo dalla disperazione, ma può tradursi in pratica solo a patto di trovare a Firenze persone che la condividano, la sostengano e che, per autorità e prestigio, possano avviare una trattativa con chi ha il potere di concedere il rientro dell’esule. Non poteva essere uno sbandito a rivolgersi direttamente ai governanti cittadini.

A Firenze Dante poteva contare su qualche appoggio sicuro: sulla facoltosa famiglia Riccomanni (Lapo, marito di Tana, morirà verso la fine del 1315), sui Donati parenti di Gemma (il padre Manetto, che sembra ancora in vita nel 1306, il fratello Foresino e suo figlio Niccolò, che sempre si mostreranno vicini a Gemma e ai suoi figli); sull’ammirazione di qualche intellettuale (per esempio, il banchiere «nero» e poeta Dino Frescobaldi). In particolare poteva fare affidamento sull’amicizia di Cino da Pistoia, che per ragioni politiche in quei mesi molto probabilmente viveva proprio a Firenze. Cino doveva essere in rapporti con Moroello Malaspina, capitano della Taglia guelfa dal marzo 1306, e perciò persona molto influente.

Non sappiamo di quale natura fossero tali rapporti: è un fatto, però, che pochi mesi dopo gli eventi di cui stiamo parlando Cino invia a Moroello in Lunigiana un sonetto (Cercando di trovar miniera in oro) di non semplice decifrazione (sembrerebbe alludere a un suo nuovo amore per una donna della famiglia Malaspina), al quale, secondo una prassi ampiamente diffusa, per conto del marchese risponde Dante con un altro sonetto (Degno fa voi trovare ogni tesoro). Ora, sarebbe una forzatura affermare che questo scambio a tre voci denoti una particolare familiarità tra gli autori, ma non è una forzatura interpretarlo come segnale di una complicità che dal letterario sfuma nel vissuto. Il rapporto tra Cino e Moroello nasce, comunque, sul terreno della politica: il marchese è l’uomo a cui i Neri di Firenze e Pistoia hanno affidato l’incarico di «liberare» la città, e Cino, se non proprio un dirigente «nero», è sicuramente vicino agli esponenti di quella parte politica (tanto è vero che, poco dopo essere rientrato in Pistoia, assunse – anche se per pochi mesi – la carica di giudice per le cause civili). Insomma, è credibile che Cino, più di altri, si sia adoperato per convincere il marchese Malaspina a prendersi a cuore la causa di Dante. Moroello poteva svolgere un ruolo decisivo: lui, infatti, aveva l’autorità per parlare direttamente a Corso Donati.

Ritengo che Dante e i suoi sostenitori abbiano giocato per prima la carta della famiglia. Gemma era una Donati, cugina di Corso in terzo grado, la sua riammissione in città non solo non avrebbe rappresentato una deminutio del prestigio del clan, ma semmai l’avrebbe accresciuto: facendo valere le ragioni del sangue, Corso avrebbe dato prova di essere il vero uomo forte di Firenze.

Il racconto di Boccaccio del ritrovamento del «quadernetto» sembrerebbe attestare che l’operazione ebbe successo. Il ritorno di Gemma, infatti, è il necessario antefatto delle ricerche da lei avviate per entrare in possesso dei documenti messi al sicuro al momento della fuga del marito. Sappiamo che, «cinque anni o più» dall’esilio di Dante, Gemma fu consigliata di far valere i suoi diritti sui beni dotali sequestrati: «che ella, almeno con le ragioni della dote sua, dovesse de’ beni di Dante radomandare». Il testo non è perspicuo: Boccaccio non vorrà dire che Gemma chiedeva di riavere la proprietà della parte di beni sequestrati sulla quale era assicurata la sua dote (cosa impossibile per la legislazione fiorentina), bensì di usufruire della rendita di quella porzione di beni. Per promuovere una causa, ovviamente, Gemma doveva trovarsi in Firenze, e perciò essere rientrata in città. Non risulta che intorno al 1306 il regime «nero» avesse cambiato atteggiamento nei confronti dei ribelli e dei loro parenti, come suggerisce Boccaccio («essendo la città venuta a più convenevole reggimento che quello non era quando Dante fu condennato»), dunque, se diamo credito al racconto, dobbiamo pensare che i Donati al potere siano riusciti a ottenere un gesto di clemenza a favore della loro congiunta.

Un atto di conciliazione come quello avrebbe suscitato non poche speranze per quanto riguardava il destino personale di Dante. Ma è anche evidente che non poteva bastare una trattativa privata, o quasi, perché uno sbandito potesse essere riammesso nella comunità. Prestigio familiare e mozione degli affetti per Dante non valevano. Ci voleva un atto pubblico, un gesto di pentimento e sottomissione, una richiesta di perdono inoltrata con tutti i crismi.

E Dante questo passo lo fece.