13. Dante in Lunigiana

Fuggito da Bologna, Dante si trasferì in Lunigiana. Potremmo anche azzardare una data: giugno, dopo la rivolta di maggio contro l’Orsini, un mese nel quale Moroello, impegnato fino ad aprile nell’assedio di Pistoia e non ancora preso dalle operazioni belliche contro il castello di Montaccianico in Mugello, poteva trovarsi nei suoi possedimenti lunigianesi.

Qui, stando alla testimonianza del figlio Pietro (ma si tratta della terza redazione del commento alla Commedia, più che sospetta di manipolazione), Dante si trattenne «per non piccolo tempo» (per non modicum tempus). Era la prima volta che visitava questa zona d’Italia, che poi gli sarebbe diventata familiare.

Quando il discorso viene a cadere sui luoghi danteschi, il pensiero corre subito, oltre che a Firenze, come è ovvio, a città quali Verona, Arezzo o Ravenna; raramente ci si ricorda che Dante ha vissuto per molti anni tra i monti dell’Appennino tosco-emiliano e tosco-romagnolo. Sottolineare la componente appenninica dell’esperienza biografica di Dante non è una mera curiosità e nemmeno un semplice scrupolo da storico: l’immagine della sua vita sarebbe distorta se non si tenesse nel debito conto che in essa si incrociano il mondo mercantile e affaristico della «borghesia» comunale e quello delle giurisdizioni feudali insediate proprio sui versanti appenninici. Se Firenze si colloca sotto il segno del profitto, l’Appennino ricade sotto quello dell’onore. L’incontro-scontro tra questi due mondi segna Dante in profondità.

La conformazione orografica della Lunigiana è simile a quella del Casentino. Si tratta di un’ampia valle (situata fra Toscana e Liguria) percorsa da un fiume (la Magra) che dal crinale appenninico scende alla piana, allora paludosa, di Sarzana. La posizione, come quella del Casentino, è strategica perché consente il controllo delle vie di comunicazione fra Toscana ed Emilia e fra Toscana e Liguria. Anche la Lunigiana era dominata da un’unica grande famiglia, i Malaspina, i quali, proprio come i Guidi, estendevano i loro possedimenti su entrambi i versanti appenninici. Nel 1221 (all’incirca negli stessi anni nei quali si erano divisi i Guidi) i Malaspina si erano articolati in due rami principali, quello dello «Spino secco» e quello dello «Spino fiorito». Gli ospiti di Dante appartenevano al primo ramo, che a sua volta, dal 1266, era suddiviso in quattro diramazioni: di Mulazzo, di Villafranca, di Giovagallo e di Val di Trebbia. Moroello di Manfredi, che di Dante è il principale ma non unico protettore, appartiene al ramo di Giovagallo. Come i Guidi, anche i Malaspina sono politicamente divisi: se Moroello è un guelfo vicino alla parte «nera», Franceschino di Mulazzo è un ghibellino convinto.

In Lunigiana Dante ha soggiornato più volte e a lungo, ma non sembra che il paesaggio della valle della Magra lo abbia colpito quanto quello casentinese dell’Arno. I suoi ricordi, semmai, sono legati alla zona più meridionale: alle cime delle Apuane (i «monti di Luni») e, soprattutto, ai bianchi marmi delle cave e alla visione del mare e del cielo che si spalanca dalle montagne che sovrastano Carrara. In Lunigiana quel che conta è il paesaggio umano. Con i Malaspina Dante instaura un rapporto felice e, cosa per lui insolita, mai sconfessato. In quella antica famiglia marchionale trova ancora operanti i veri valori e comportamenti cortesi. Valori e comportamenti che egli giudica all’altezza della migliore tradizione feudale perché, ovviamente, ne è stato beneficato. Nel Purgatorio l’incontro con l’anima di Corrado II Malaspina, morto nel 1294, cugino dei suoi protettori Moroello e Franceschino, gli fornirà l’occasione per un altisonante elogio della fama onorevole della casata, diffusa in tutta Europa, giustamente, perché quella famiglia, in un mondo che ha perso la strada delle virtù, «sola va dritta e ’l mal cammin dispregia». Il maggiore titolo di gloria del Malaspina è di aver conservato il «pregio de la borsa e de la spada», cioè di coltivare ancora le due principali qualità che contraddistinguono il vero comportamento nobiliare: l’esercizio delle armi (proprio non solo di Moroello, che lo praticava per così dire professionalmente, ma anche del cugino Franceschino, impegnato in eventi bellici per quasi tutta la vita, e di altri Malaspina che avremo occasione di incontrare, come Spinetta dello Spino fiorito) e la pratica della liberalità. Con l’espressione «pregio della borsa» Dante intende distinguere la generosità motivata dal riconoscimento dei meriti del beneficato da quella forma di elargizione, che sconfina nel pagamento di prestazioni e, addirittura, nell’elemosina, già condannata nella canzone Doglia mi reca. Il servizio di Dante ai Malaspina, e in modo particolare a Moroello, si configura come libera prestazione intellettuale, in un rapporto non esente, per di più, da una sorta di complicità: lo lasciano intendere sia il coinvolgimento del marchese nella corrispondenza poetica tra Dante e Cino sia l’affermazione, contenuta in un’epistola inviata da Dante a Moroello dal Casentino, che presso la sua «corte» gli era stato lecito «attendere a liberali prestazioni» suscitando l’«ammirazione» del suo ospite. Che nei castelli tra quei monti confinanti con la Liguria si raccogliesse effettivamente un insieme di persone tale da meritare il titolo di «corte» (curia) c’è da dubitare (anche perché i vari Malaspina non risiedevano, di solito, in uno o più castelli di cui fossero singolarmente o per ramo familiare proprietari, ma in possedimenti, non sempre castelli, che detenevano in comune per quote parti con gli altri rami della famiglia); c’è da prendere atto, invece, che l’idealizzata enfatizzazione che Dante ne fa non può scaturire che dal suo sentirsi finalmente riconosciuto come intellettuale e come poeta, tanto è vero che proprio qui ricomincia a scrivere la Commedia.