16. Dante a Milano

Dopo il bando d’esilio, l’evento che più ha inciso sulla vita di Dante è stato la discesa in Italia dell’imperatore Enrico VII. Da convinto guelfo municipale Dante si trasforma in acceso sostenitore della causa imperiale. In sostegno di Enrico e dei diritti dell’impero scrive numerose epistole politiche e, soprattutto, il trattato sulla Monarchia.

Nei primi giorni d’ottobre 1310 Enrico di Lussemburgo parte da Ginevra e, alla testa di un piccolo esercito, attraverso i territori del cognato Amedeo V di Savoia, valica le Alpi. Il 30 del mese entra solennemente in Torino. Era stato preceduto da una lettera enciclica, indirizzata il 1° settembre a tutti gli ecclesiastici e secolari di qualunque grado, con la quale Clemente V chiedeva ai sudditi del re dei Romani di assisterlo nell’opera di pacificazione che egli avrebbe svolto durante il suo viaggio verso Roma, dove sarebbe stato incoronato imperatore. Il papa, dunque, acconsentiva ufficialmente a che Enrico effettuasse la sua discesa in Italia prima della data prevista, senza però pronunciarsi sull’anticipo dell’incoronazione da lui richiesto.

Da Torino, muovendosi lentamente e facendo tappa a Chieri, Asti, Casale, Vercelli, Novara e Magenta, il corteo imperiale raggiunge Milano due giorni prima di Natale. La marcia attraverso il Piemonte e la Lombardia era stata un successo. Enrico aveva sensibilmente ingrossato le sue truppe, e altrettanto sensibilmente impinguato, con doni e imposte, le sue non floridissime finanze; soprattutto aveva suscitato grande entusiasmo: a ogni tappa si erano presentati a rendergli omaggio non solo i potenti locali, ma anche i rappresentanti di molte altre città o giurisdizioni feudali centro-settentrionali (per esempio, a Vercelli si era recato Moroello Malaspina, che poi si sarebbe aggregato al corteo fino a Milano, e prima lo aveva omaggiato il cugino ghibellino Franceschino) e, ovviamente, delegazioni di fuorusciti di entrambi i colori politici. I primi contatti con la realtà italiana avevano mostrato che la politica pacificatrice che Enrico si riprometteva era effettivamente praticabile: nelle singole città era riuscito ad appianare gravi divergenze tra fazioni e a imporre la sua autorità attraverso la prassi – inaugurata a Chieri e divenuta poi una sua costante – di nominare un vicario regio con pieni poteri, il quale dirigeva i Consigli, governava le finanze, impartiva la giustizia e comandava le forze armate. Si era mosso con accortezza, aveva fatto mostra di non propendere per nessuna delle parti in causa (mentre tutti si aspettavano un trattamento di favore nei confronti dei Ghibellini) e così aveva rafforzato quell’immagine di uomo e di sovrano dedito al bene comune che la sua propaganda già da mesi diffondeva attraverso documenti e ambascerie. Il corteo che entra a Milano, pertanto, è molto più consistente e rappresentativo di quello che era sceso dal Moncenisio. Anche a Milano, tuttavia, deve intervenire negli affari interni della città, costringendo i guelfi Della Torre, signori di fatto, ad accogliere i ghibellini Visconti, che ne erano stati espulsi (Matteo Visconti era entrato in città insieme a lui ed era diventato uno dei suoi uomini di fiducia).

Enrico ha scelto Milano perché, lì, vuole farsi incoronare re d’Italia. Secondo un’antica ma desueta tradizione, agli imperatori dovevano essere imposte tre corone: ad Aquisgrana, quella argentea di re di Germania; a Roma, quella aurea di imperatore; a Milano (oppure a Monza o a Pavia), quella ferrea di re d’Italia. In realtà l’incoronazione a re d’Italia, che non conferiva titolo o diritto alcuno che l’incoronato non avesse già a seguito delle sue investiture a re di Germania e dei Romani, aveva più un significato simbolico che giuridico-politico, tanto è vero che da Carlo Magno in poi pochi imperatori l’avevano richiesta. Era solo un fatto d’immagine, che però consentiva a Enrico di rinvigorire il senso della sua azione restauratrice in Italia.

La data della cerimonia è fissata per il 6 gennaio 1311, giorno dell’Epifania, nella basilica di Sant’Ambrogio. Dall’ultima incoronazione di un re d’Italia (quella di Enrico VI di Svevia nel 1186, ancora vivente e regnante il padre Federico Barbarossa) era passato tanto tempo che nessuno ricordava più quale fosse il cerimoniale dell’evento. E neppure si riusciva a trovare la leggendaria «corona ferrea», tanto che ne venne in gran fretta fabbricata una nuova. Insomma, l’incoronazione milanese è più che altro una grande festa volta a compattare lo schieramento filoimperiale. Vi assistono ambasciatori di tutto il cosiddetto Regnum Italiae, ma non di Firenze e delle altre città guelfe a essa collegate.

Vi assiste anche Dante? Non abbiamo elementi né per affermarlo né per negarlo. Nella lettera che invierà a Enrico in aprile, Dante afferma di avere avuto l’onore di essere ricevuto in udienza. Potrebbe essere accaduto a Milano, nei giorni dell’incoronazione, ma anche in una delle tante località che il corteo del sovrano aveva toccato dopo Torino. Per ottenere un colloquio con il re dei Romani, Dante deve essere stato presentato da qualcuno introdotto a corte. Potrebbe essersi trattato di Moroello – a Vercelli (il 16 dicembre 1310), da dove poi avrebbe potuto seguire la corte fino a Milano – o di uno dei suoi conoscenti prestigiosi (come Uguccione della Faggiola) che attorniavano Enrico durante la sosta milanese. Più che il luogo dove è avvenuto l’incontro, importa stabilire a che titolo Enrico lo abbia ricevuto. L’udienza fu concessa a titolo personale o perché Dante era portavoce di una parte politica?

Dante non si era presentato a mani vuote. Dopo l’enciclica di Clemente V del 1° settembre 1310 e prima che Enrico arrivasse a Torino aveva scritto un’epistola, una sorta di manifesto filoimperiale, indirizzata «a tutti e ai singoli re d’Italia, ai senatori dell’alma città di Roma, ai duchi, marchesi e conti e ai popoli», cioè all’intera classe dirigente della penisola. Nella sostanza era un invito alla pacificazione generale, resa possibile proprio dal sole che già stava spuntando all’orizzonte. L’epistola si colloca esplicitamente sulla linea segnata dall’enciclica papale di settembre, addirittura citata nelle ultime righe. Per sottolineare la necessaria concordia tra i due massimi poteri riprende l’immagine dei due astri, il sole-papa e la luna-imperatore, che Clemente aveva usato nell’enciclica con la quale, nel luglio dell’anno precedente, aveva riconosciuto a Enrico il titolo di re dei Romani. Che papa e imperatore debbano collaborare tra loro resterà un punto fermo negli scritti danteschi per tutta la durata dell’avventura italiana di Enrico.

L’epistola si articola in pochi punti, ma chiari. «Gli empi» e i «malvagi» saranno puniti dal nuovo Cesare, che li «disperderà con la sua spada» e che «consegnerà la sua vigna ad altri agricoltori» – dunque, l’imperatore procederà, dove necessario, a cambiare i governanti in carica –, ma il nuovo Cesare avrà pietà e «perdonerà tutti coloro che imploreranno misericordia». Gli «oppressi», cioè tutti «coloro che», come lo scrivente, «hanno sofferto ingiustizia», devono rendersi umili, rompere il cerchio dell’odio e dell’animosità, e «perdonare già da ora». L’imperatore potrà fare giustizia perché il godimento dei «beni pubblici» e il possesso di quelli «privati» dipendono dalle sue leggi. È evidente che Dante non parla a titolo personale, ma a nome degli esuli. Prospetta un percorso politico – facilmente leggibile se osservato dal punto di vista dei fuorusciti fiorentini – che prevede un cambio di atteggiamento da parte di entrambe le parti: ai vincitori che sono al governo chiede di accettare il nuovo ordine, e quindi di riammettere gli sbanditi, e promette a Enrico, più che a loro, che questi non avrebbero compiuto alcuna vendetta.

Se interpretiamo l’epistola come un messaggio di totale adesione alla linea pacificatrice di Enrico VII da parte dei fuorusciti fiorentini (senza distinzione, sembrerebbe, tra Guelfi e Ghibellini), come un testo, cioè, scritto a nome della collettività di coloro che «hanno sofferto ingiustizia», possiamo ragionevolmente ipotizzare che l’udienza sia stata chiesta proprio per presentare ufficialmente al sovrano questo documento (che probabilmente già circolava) e ribadirgli, a voce, il pieno sostegno degli sbanditi di Firenze. Ciò confermerebbe che nel 1310 Dante aveva ripreso i contatti con i vecchi compagni e, addirittura, assunto di nuovo il ruolo di portavoce e di elaboratore della loro linea politica. I mediatori dell’incontro, allora, andranno cercati nell’ambiente dei fuorusciti o dei loro simpatizzanti inseriti a corte ed è quindi plausibile che l’udienza si sia svolta a Milano.