17. Dante a Genova

Enrico arriva a Genova verso la fine di ottobre 1311: vi resterà fino al 15 febbraio 1312, giorno in cui la comitiva imperiale si metterà in viaggio alla volta di Pisa.

Anche a Genova Enrico chiede (e ottiene, ma non senza resistenze) i pieni poteri. La richiesta è giustificata dalla necessità di mettere fine alla contesa che divideva gli Spinola e i Doria (in quel momento l’uomo forte della città era Bernabò Doria, figlio del «morto vivente» Branca). Ancora una volta, dunque, Enrico si presenta come sovrano pacificatore. Il soggiorno a Genova, però, non è esente da tensioni con la città, alimentate anche dal fatto che l’esercito imperiale vi aveva portato il contagio della peste scoppiata sotto le mura di Brescia (e proprio di quella malattia, ivi contratta, il 14 dicembre muore Margherita di Brabante). Tensioni, comunque, ci saranno di lì a poco anche nella Pisa imperiale. Enrico sarà stato anche l’uomo mite e pacifico che le cronache descrivono, ma agiva con molta durezza, perfino nei confronti degli amici. A Genova, tuttavia, ha modo di riordinare le truppe, di rinsanguare le finanze e di preparare la spedizione militare a Roma. Più simbolico che incisivo, ma tale comunque da segnalare a tutti quali sarebbero state le sue future mosse politiche e militari, è il bando dall’impero emanato contro Firenze la vigilia di Natale del 1311.

Anche Dante, nell’inverno 1311-1312, è a Genova. Lo attesta un testimone d’eccezione. In una lettera a Boccaccio, Petrarca scrive di avere incontrato Dante una sola volta nella sua vita, quando era ancora un bambino. Non specifica né dove né quando, dice solo che Dante e il proprio padre erano amici e accomunati dall’esilio. Da ciò che della sua infanzia racconta in altre lettere possiamo però ricostruire con certezza che ser Petracco e Dante si videro, alla presenza del piccolo Francesco, proprio quell’inverno, a Genova. Petracco aspettava di imbarcarsi con la famiglia alla volta di Avignone. Sarà una traversata resa difficile dalle cattive condizioni del mare, al punto che il battello farà naufragio non lontano da Marsiglia. Ora, che Dante e Petracco fossero grandi amici, forse non è del tutto vero, ma che avessero molte cose da dirsi è certo: le loro vite si erano incrociate più volte negli anni in cui entrambi erano membri dell’Università dei Bianchi, l’arrivo di Enrico aveva suscitato in loro identiche speranze, l’uno e l’altro erano rimasti esclusi dalla recente amnistia fiorentina. Possiamo immaginare, tuttavia, che i due non abbiano parlato solo di politica. Se l’ipotesi del soggiorno avignonese di Dante fosse corretta, Petracco, in procinto di trasferirsi in quella città a lui sconosciuta, avrebbe avuto interesse a che uno che l’aveva lasciata non molti mesi prima gli facesse un quadro dell’ambiente che l’attendeva.

Dante a Genova avrà frequentato i fuorusciti (tra i quali contava amici e conoscenti) che gravitavano intorno alla corte imperiale. È più che dubbio, invece, che abbia stretto rapporti significativi con esponenti dell’oligarchia cittadina; anzi, c’è da credere che i suoi rapporti con i genovesi non siano stati del tutto tranquilli. Alcuni racconti leggendari, per esempio, vogliono che amici e servitori di Branca Doria siano addirittura arrivati a bastonarlo per vendicare l’ingiurioso trattamento riservato loro nell’Inferno (o, in altre versioni, che Dante, nel canto infernale, si sia vendicato di un oltraggio subito a Genova). Leggende alle quali non è possibile dare credito (la seconda versione, del resto, è smentita dal fatto che quel canto era stato scritto prima del 1311), ma che neppure possiamo respingere in toto: episodi di per sé palesemente infondati valgono pur sempre come termometro di un clima. E neppure è risolutivo l’argomento che il Doria non poteva essere così risentito perché, a quella data, l’Inferno non era ancora stato pubblicato. Noi siamo soliti ammirare l’integrità, il coraggio, la sovrana indifferenza alle conseguenze con cui Dante attacca a viso aperto, con giudizi sferzanti e vere e proprie ingiurie, potenti ancora in vita negli anni in cui scrive, ma non ci interroghiamo abbastanza, anche perché sprovvisti di ogni documentazione al riguardo, proprio sulle conseguenze e sulle ripercussioni che quei giudizi hanno potuto avere sulla sua vita. Che reazioni ci siano state lo lascia intendere lui stesso quando nel Paradiso manifesta a Cacciaguida la paura che la verità, pronunciata senza infingimenti, con parole che gli interessati sentiranno «brusche», «a molti fia sapor di forte agrume». Gli attacchi ai Doria, ai Fieschi, ai genovesi in generale («uomini diversi / d’ogne costume e pien d’ogne magagna, / perché non siete voi del mondo spersi?») non saranno rimasti confinati dentro un libro segreto, in attesa di futura pubblicazione.

Nella Commedia Dante è costantemente proiettato sull’attualità, e anche quando parla di cose passate, lo fa nella prospettiva politica dell’oggi o in funzione della sua condizione di vita nel momento in cui scrive. È impensabile che egli tenesse nel cassetto le pagine di quello che ci è capitato di accostare agli odierni instant-book. Dei versi antigenovesi avrà dato lettura almeno ai Malaspina, e nel mondo ristretto dell’aristocrazia medievale, collegato da una rete capillare di rapporti di parentela, notizie dal «forte agrume» come quelle dovevano circolare ampiamente. I Doria non lo avranno fatto bastonare, ma che gli oligarchi ghibellini di Genova facessero festa a quel fiorentino sbandito e, per di più, collegato a famiglie guelfe loro rivali, come quella di Moroello, c’è da dubitare. Insomma, Dante deve aver pagato un prezzo per il suo incessante ricollocarsi su posizioni politiche diverse e perfino contrapposte e per i debiti che contraeva con i protettori. Se nel biennio 1306-1308 ha scontato le conseguenze della sua precedente alleanza con i fuorusciti ghibellini, adesso sono le manifestazioni di guelfismo integrale e la fedeltà ai Malaspina a rivolgerglisi contro. Un esule privo di scudo legale come lui, a Genova ma anche, poco dopo, a Pisa, avrà evitato di incappare in qualche incidente perché protetto dagli ambienti di corte o alla corte vicini. E d’altra parte, se non fosse stata la presenza della corte, quale altro motivo lo avrebbe spinto in quella città?