19. La nostalgia del «bello ovile»

Verso la fine del Paradiso Dante esprimerà la speranza, ma è quasi una certezza, che una pubblica incoronazione a Firenze riconoscerà il suo valore di «vate» in volgare.

Sarà il poema a mitigare i cuori «crudeli» dei fiorentini che lo tengono fuori «del bello ovile» in cui è nato:

Se mai continga che ’l poema sacro
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m’ha fatto per molti anni macro,
vinca la crudeltà che fuor mi serra
del bello ovile ov’ io dormi’ agnello,
nimico ai lupi che li danno guerra;
con altra voce omai, con altro vello
ritornerò poeta, e in sul fonte
del mio battesmo prenderò ’l cappello.

Nel suo San Giovanni egli sarà incoronato «poeta», ma con una corona del tutto particolare: nel Battistero nel quale, rompendo il battezzatoio, aveva manifestato il suo carisma profetico, come prova suprema della sua innocenza indosserà con orgoglio proprio quel «cappello» che gli sbanditi perdonati erano costretti a portare in modo umiliante. Dante sembra fare sue le parole di Cacciaguida; di più, è come se l’augurio e le premonizioni dell’avo adesso per lui fossero certezze. C’è però un particolare non secondario: il ritorno a Firenze, se mai ci sarà, avverrà solamente per i meriti suoi, di Dante; a restituirlo al suo «ovile» sarà solo il poema, non l’azione di un papa, di un imperatore o di un signore potente.

L’«ovile» ha come centro simbolico il Battistero. Nell’immaginario dantesco la rappresentazione di Firenze fa perno su quella chiesa. Nelle sue aspirazioni San Giovanni è il luogo della rigenerazione: personale, della città e della Chiesa stessa. La Commedia è il testo profetico che potrà rovesciare il corso depravato della storia e riportare Firenze (e con la città la Chiesa, della cui decadenza morale Firenze detiene grande responsabilità) ai buoni costumi di una volta, quando il Battistero e la statua di Marte «(i)n sul passo d’Arno» segnavano i confini di una comunità («l’ovil di San Giovanni») coesa e non ancora dilaniata dall’avarizia. Non solo motivazioni affettive, dunque, legano Dante al ricordo del Battistero. O meglio, quelle motivazioni sono state da lui metabolizzate e trasformate in sostanza politica e ideologica. Eppure, che ancora verso la fine della vita non possa immaginare altro luogo nel quale celebrare la sua vittoria se non il «fonte» del suo «battesmo» sta a dimostrare quanto profonde siano le radici del suo attaccamento.

Ma l’insistenza su San Giovanni mostra anche altro, ossia come una persona esule da molti anni possa restare legata a miti e simboli che nel frattempo, per coloro che in città hanno continuato a vivere, hanno perso di valore. Che San Giovanni fosse il tempio cittadino per antonomasia è stato vero a cominciare dal XII secolo, da quando cioè la gestione di quella chiesa, benché vescovile, era stata presa in carico dall’Opera di San Giovanni, vale a dire dall’amministrazione cittadina. Ma a cavallo del Due e Trecento Santa Reparata, al termine di un lungo processo, aveva conquistato la supremazia sulla chiesa sorella. Il processo era culminato nella trasformazione, anche architettonica, del vecchio tempio nella grande chiesa di Santa Maria del Fiore (1296). Nel giro di pochi anni sarebbe stata la nuova cattedrale con il suo culto mariano a rappresentare Firenze, dal punto di vista sia religioso sia politico-civile.

Dante non nomina mai né Santa Reparata né Santa Maria del Fiore. Verso la fine della vita, in anni cioè nei quali i mutamenti simbolici e funzionali del complesso battistero-cattedrale erano ormai consolidati, seguita a sognare il suo riscatto in quello che per lui è ancora il tempio cittadino. Forse non conosce quei cambiamenti, forse non li vuole accettare. C’è qualcosa di commovente in questa fedeltà di uno sradicato a miti e a immagini che vivono ormai solo dentro di lui.