20. L’ultimo viaggio e il Paradiso ritrovato

Dante trascorre gli ultimi anni della sua vita a Ravenna, dove muore il 13 settembre 1321. Aveva da poco ultimato la Commedia, ma non aveva fatto in tempo a pubblicare l’ultima cantica.

Nell’agosto 1321 Guido Novello invia Dante a Venezia come ambasciatore. La partenza da Ravenna potrebbe essere la causa della mancata rifinitura dell’ultima egloga. L’ambasceria si era resa necessaria per evitare una guerra con Venezia, alleata di Forlì e Rimini, che sarebbe stata fatale per Ravenna. Il Polenta, come già altri signori avevano fatto in passato, si affida all’esperienza e alle capacità oratorie di Dante. La guerra, in effetti, non scoppierà: in ottobre Ravenna e Venezia raggiungeranno un accordo. Dante, però, non ne fu l’artefice. Durante il viaggio di ritorno via terra si era ammalato, forse di malaria, contratta attraversando il delta paludoso del Po. Giacque infermo per un certo periodo e poi si spense, il 13 settembre, dopo il tramonto.

Guido Novello gli tributò funerali solenni nella chiesa di San Francesco, dove venivano sepolti gli stessi Polentani. Alla fine della cerimonia si recò nella casa in cui Dante aveva abitato e vi tenne un «ornato e lungo sermone» nel quale manifestò l’intenzione di erigergli un prestigioso sepolcro. Pare che egli avesse promosso una sorta di concorso per l’epitafio da incidervi e che tra i più famosi poeti di Romagna fosse nata una sorta di gara, innescata – commenta Boccaccio – dal desiderio sia di mostrare la propria bravura, sia di testimoniare la stima per Dante, sia di accattivarsi il favore di Guido Novello. Di epitafi scritti nell’immediatezza ne sono pervenuti almeno due: uno di Giovanni del Virgilio e un altro attribuibile a Menghino Mezzani; forse risale a qualche anno dopo un terzo, attribuibile al grammatico veronese Rinaldo Cavalchini da Villafranca, mentre risale a parecchi anni dopo quello, di cui conosciamo solo i primi quattro versi, dettato dallo storico di Vicenza Ferreto dei Ferreti.

Da morto, però, Dante non è stato più fortunato che da vivo. Nella primavera del 1322 Guido Novello si era trasferito a Bologna per assumervi la carica di capitano del popolo per un semestre. Aveva affidato provvisoriamente il governo della città al fratello Rinaldo, il quale, già arcidiacono, tre giorni prima della morte di Dante era stato eletto arcivescovo. In settembre il cugino Ostasio lo trucidò, assunse il potere e impedì per sempre a Guido Novello di rimettere piede a Ravenna. Il progettato sepolcro non fu mai edificato e gli epitafi rimasero sulla carta.

Sembra sicuro che Dante avesse lasciato nel cassetto l’ultima egloga per Giovanni del Virgilio e che sia stato uno dei suoi figli, forse Iacopo, a recapitarla al destinatario. Resta aperto il problema del Paradiso. Che prima di morire Dante lo avesse ultimato, è certo; che lo avesse anche diffuso, invece non lo è. Sicuramente non lo aveva ancora divulgato prima della metà del 1320, anche perché a quella data la cantica doveva essere ancora incompiuta. Se dovessimo prestare fede a Boccaccio, «figliuoli e discepoli» dopo la morte di Dante avrebbero cercato a lungo tra le sue carte gli ultimi canti, tredici per la precisione, per ritrovarli infine grazie a un sogno di Iacopo, nel quale il padre gli avrebbe rivelato che erano nascosti in una «finestretta», coperta da una stuoia, scavata nel muro della camera da letto, e «in cotale maniera l’opera, in molti anni compilata, si vide finita». Il ritrovamento miracoloso sarebbe avvenuto «dopo l’ottavo mese» dalla scomparsa di Dante. È un fatto, invece, e non leggenda, che dopo otto mesi Iacopo Alighieri invia a Guido Novello a Bologna, nel giorno in cui questi entra in carica come capitano del popolo (1° aprile 1322), un componimento in terza rima (Divisione) che è «una piccola guida» alla Commedia e un sonetto di dedica, dal quale si ricava che Guido Novello aveva già «una conoscenza completa del poema», Paradiso compreso.

Nel suo ultimo anno di vita, dunque, Dante lo aveva terminato. Non lo aveva diffuso al di fuori di Ravenna, ma al protettore e agli amici lo aveva dato in lettura. Sarà la tempestiva azione promozionale di Iacopo a innescare un processo che in pochi anni avrebbe fatto della Commedia il libro in volgare più letto e conosciuto della sua epoca.