4. Malattie e deliqui d’amore

Dai numerosi accenni a malattie di cui Dante dice di avere sofferto sia in età adulta sia da bambino si evince che, almeno nell’infanzia, egli era colpito da crisi che sembrano classificabili come attacchi epilettici. È possibile che l’attitudine visionaria che egli manifesta in molte sue opere, e in particolare nella Commedia – attitudine che la cultura medievale collocava sotto il segno del misticismo –, abbia la sua radice profonda proprio in esperienze patologiche contrassegnate da stati allucinatorii come quelle epilettiche?

Da bambino Dante probabilmente aveva qualche problema di salute. Lo deduciamo dagli scritti del Dante maturo. Nessun altro autore medievale parla di malattie da lui sofferte con la stessa frequenza con la quale ne parla Dante. A volte ne riferisce direttamente, altre volte, e sono le più, o inserisce accenni a episodi morbosi quando parla del rapporto con Beatrice o vi allude attraverso un gioco metaforico che attenua gli aspetti più scopertamente autobiografici e suggerisce una lettura degli eventi in chiave simbolica.

Appartiene al primo tipo il racconto di una malattia agli occhi da cui dice di essere stato affetto a causa del troppo studio: a forza di leggere aveva debilitato «gli spiriti visivi» al punto che le stelle gli «pareano tutte d’alcuno albore ombrate», e solo «per lunga riposanza in luoghi oscuri e freddi, e con affreddare lo corpo dell’occhio coll’acqua chiara» aveva recuperato il «primo buono stato della vista». Dante lascia intendere di avere sofferto di questa malattia nel periodo in cui si dedicava a studi filosofici, più precisamente tra il 1293 e il 1295. Sappiamo che egli era un devoto di santa Lucia. Siccome la peculiare devozione a un santo dipende quasi sempre dal tipo di patrocinio che la tradizione gli attribuisce, quella di Dante per Lucia sarà dipesa dal fatto che la santa viene invocata, a causa del collegamento tra il suo nome e la luce, come protettrice della vista. La malattia agli occhi (per la quale gli oculisti parlerebbero di astenopia accomodativa) può aiutare a capire perché nel poema a santa Lucia sia attribuito il ruolo importante di intermediaria tra Dante e Beatrice.

Il più delle volte il riferimento alle malattie si situa nel contesto di un discorso amoroso. Nella Vita Nova Dante racconta di essere stato colpito da una «dolorosa infermitade», un accesso febbrile che lo aveva condotto a delirare: «E però, mi giunse uno sì forte smarrimento, che chiusi gli occhi e cominciai a travagliare come farnetica persona». L’episodio, che possiamo ritenere reale, non ha alcuna attinenza con la passione amorosa e nemmeno avrebbe qualche relazione con la vicenda narrata nel libro se Dante non lo utilizzasse per introdurre, sotto forma di incubo premonitore, la descrizione della morte di Beatrice. Ad assisterlo nella malattia è una «donna giovane e gentile» a lui «di propinquissima sanguinità congiunta»: una donna legata da strettissima parentela potrebbe essere una sorella. La storia d’amore raccontata nella Vita Nova comincia nel 1283: a quella data la sorella Tana era già maritata ed è presumibile che lo fosse anche l’altra non identificata sorella che aveva sposato Leone Poggi, dunque la malattia deve risalire ad anni giovanili. Dante la ripesca collocandola in epoca posteriore per esigenze narrative, cioè per situare in un contesto credibile la canzone (introdotta dal racconto di quella malattia) Donna pietosa e di novella etate, che, a suo dire, nei versi iniziali parlerebbe proprio di quella stessa sorella.

Rientra a pieno nella fenomenologia delle manifestazioni amorose la crisi fisica, quasi uno svenimento, provocata dall’apparire di Beatrice. In occasione di un matrimonio Dante si reca con un amico in una casa dove sono radunate molte donne e lì, ancor prima di averla vista, percepisce fisicamente la presenza dell’amata («mi parve sentire uno mirabile tremore incominciare nel mio petto dalla sinistra parte e distendersi di subito per tutte le parti del mio corpo»); ma non appena vede Beatrice, dal tremito precipita in uno svenimento («Allora fuoro sì distrutti li miei spiriti per la forza che Amore prese veggendosi in tanta propinquitade alla gentilissima donna … Onde lo ingannato amico di buona fede mi prese per la mano, e traendomi fuori della veduta di queste donne mi domandò che io avesse. Allora io riposato alquanto, e resurressiti li morti spiriti miei e li discacciati rivenuti alle loro possessioni, dissi a questo mio amico queste parole: “Io tenni li piedi in quella parte della vita di là dalla quale non si puote ire più per intendimento di ritornare”»).

Anche nelle liriche l’apparizione della donna produce spesso analoghi effetti traumatici: l’epifania dell’amata, in atto o anche solo presentita, provoca nel soggetto (caso unico tra i rimatori del Duecento) un istantaneo smarrimento in cui alla perdita della vista può associarsi quella della coscienza. È singolare, però, che una crisi del tutto simile, stando a ciò che Dante racconta, lo abbia colpito già nell’infanzia. È lui stesso, infatti, a datare ai suoi primi mesi di vita la crisi psicofisica descritta nella canzone (forse risalente alla prima metà degli anni Novanta) E’ m’incresce di me sì duramente: il giorno della nascita di Beatrice, lui, ancora di pochi mesi («la mia persona pargola»), improvvisamente e istantaneamente («subitamente») aveva perso conoscenza («sì ch’io caddi in terra») colpito da una folgorazione. I sintomi sono gli stessi della crisi di cui è vittima l’innamorato che parla nella cosiddetta canzone «montanina», Amor, da che convien pur ch’io mi doglia, risalente a un’epoca lontana da quella di E’ m’incresce di me (forse al 1307 inoltrato, durante un soggiorno di Dante nel Casentino) e quindi non riferita a Beatrice. Qui il poeta scrive che, ossessionato dal pensiero della sua donna, si reca dove può vederla con lo stesso animo di un condannato che si avvicina al patibolo, e che quando le è davanti, proprio mentre sta cercando qualcuno che gli faccia avere la grazia, dagli occhi di lei parte una folgore improvvisa che gli toglie i sensi e lo lascia «sanza vita». A differenza della prima, questa canzone si dilunga nel descrivere la risoluzione della crisi, presentata come un «risorgere»: dopo la «percossa» che lo aveva colpito come un «trono» (tuono) il soggetto lentamente riprende conoscenza, ma seguita a tremare di paura e la sua faccia resta a lungo pallida e turbata per lo spavento provato.

 Ebbene, le crisi psicofisiche e la loro risoluzione qui descritte, crisi che nulla hanno a che vedere con la concezione dell’amore come patologia – il cosiddetto amor hereos (amore eroico) – diffusa nella scienza medica del tempo, ma che sono unicamente dantesche, mostrano tutti i sintomi di un attacco apoplettico o epilettico. Gli stessi che, in un contesto privo del pur minimo aggancio a tematiche amorose e con il ricorso a termini tecnici della medicina, Dante descrive nel canto XXIV dell’Inferno. Il ladro Vanni Fucci, dopo che il morso di un serpente lo ha istantaneamente polverizzato, riprende altrettanto istantaneamente la forma umana. Repentina è stata la caduta e altrettanto repentino è il ritorno alla propria forma corporea; più lenti, invece, sono il riaffiorare della coscienza e il ripristinarsi dell’equilibrio psichico, tanto che Dante, per descrivere il processo, ricorre a questa similitudine:

E qual è quel che cade, e non sa como,

per forza di demon ch’a terra il tira,

o d’altra oppilazion che lega l’omo,

quando si leva, che ’ntorno si mira

tutto smarrito de la grande angoscia

ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:

tal era ’l peccator levato poscia.

 

Verso la fine dell’Ottocento la psichiatria lombrosiana aveva diagnosticato che Dante era stato affetto da epilessia. La diagnosi, tranne pochissime eccezioni, non è mai stata recepita dai dantisti. Eppure, la precisione e la partecipazione emotiva con le quali Dante rappresenta quegli attacchi lasciano intendere che al testo letterario soggiaccia una forte dose di vissuto. Della malattia sembra aver sofferto fin dalla prima infanzia. Nella canzone E’ m’incresce di me scrive di aver attinto il ricordo della folgorazione da cui fu colpito il giorno della nascita di Beatrice dal libro della memoria («secondo che si truova / nel libro della mente che vien meno»): nella «mente» di un bambino di pochi mesi non possono essersi fissati ricordi di alcun genere, e dunque dobbiamo pensare che, se non si tratta di una pura invenzione (possibile, ma improbabile), Dante si rifaccia a racconti ascoltati da familiari o da persone che lo accudivano subito dopo la nascita.