5. La cattiva reputazione della famiglia Alighieri

Dante cercherà costantemente di nobilitare la sua famiglia, fino al punto di fare del suo trisavolo Cacciaguida un cavaliere di investitura imperiale. In realtà gli Alighieri erano una famiglia di condizione mediocre, dedita ai traffici e ai piccoli commerci. Proprio con il padre di Dante, Alighiero, il loro status sociale, che mai era stato molto elevato, sembra decadere ulteriormente.

Alighiero II, il padre di Dante, ha una cattiva reputazione: su di lui gravano sospetti anche infamanti, soprattutto quello di avere esercitato l’usura. A suscitarli, però, non sono né documenti d’archivio né maldicenze di contemporanei, ma, sebbene direttamente, è proprio suo figlio Dante. Mi riferisco a uno scambio di sonetti (una tenzone) avvenuto all’inizio degli anni Novanta tra Dante e l’amico un po’ più anziano Forese Donati, detto Bicci. Forese, morto nel 1296, appartiene a una delle famiglie più importanti della città: è fratello di Corso e di Piccarda, e quindi lontano parente di Gemma, la moglie di Dante.

Lo scambio tra i due avviene in forma di tenzone. La poesia lirica medievale è prevalentemente dialogica, tende a rivolgere il discorso a un interlocutore, storico o fittizio, esplicito o implicito. Non per caso, dunque, la tenzone è uno dei generi più praticati. Un poeta invia a un collega, o a un gruppo di colleghi, una poesia (in Italia quasi sempre un sonetto) nella quale pone un quesito e sollecita una risposta. Colui che riceve il testo (o coloro che lo ricevono) risponde (o rispondono) con un’altra poesia, che il più delle volte riprende, nello stesso ordine, le rime della proposta; chi ha dato inizio alla tenzone può replicare a sua volta, con ciò provocando spesso un’ulteriore risposta del corrispondente (o dei corrispondenti). Anche Dante frequenta largamente il genere della tenzone, però quella con Forese si differenzia dalle altre perché è una tenzone di vituperio. È composta di sei sonetti (tre di Dante e tre di Forese) nei quali i due si rivolgono insulti e pesanti allusioni alla loro vita privata e ai loro familiari più stretti. Tenzoni di questo tipo erano frequenti nel mondo dei giullari e dei trovatori provenzali: si trattava, in effetti, di scontri fittizi, scherzosi, costellati di ingiurie che dovevano suscitare il riso del pubblico al quale i contendenti recitavano i loro testi. Mancano quasi del tutto, invece, in Italia. Anche questa tra Dante e Forese dev’essere considerata uno scherzo letterario, un gioco, ma uno scherzo che, a un certo punto, sembra degenerare. Dico «sembra» perché le allusioni a fatti della vita privata e a certe consuetudini e modi di dire fiorentini a noi oggi sconosciuti ci impediscono di interpretare con sicurezza una grande porzione della lettera dei sonetti.

Comincia Dante (Chi udisse tossir la malfatata), prima facendo del sarcasmo sulla poca virilità di Forese e poi insistendo sulla sua povertà (condizione infamante nel Medioevo); Forese risponde (L’altranotte mi venn’una gran tosse) ammettendo di essere povero, ma che Alighiero, il padre di Dante, era più povero di lui, tanto da essere sepolto in una fossa comune in terra sconsacrata, sorte che, sappiamo, toccava non solo agli eretici e agli usurai, ma anche a chi non poteva permettersi la spesa per una tomba. Comunque, l’informazione non va presa alla lettera, è un tratto iperbolico in funzione del gioco infamante in atto tra i due. Dante allora sposta il tiro (Ben ti faranno il nodo Salamone): accusa Forese di essere talmente goloso e ghiottone (accusa grave a quei tempi) da rischiare la prigione (si ricordi che nel Purgatorio Forese sarà collocato proprio nella cornice dei golosi); Forese ribatte (Va rivesti San Gal prima che dichi) che Dante mangia a spese altrui, che si è spinto fino a rubare agli istituti di carità e che rischia di finire non in prigione, ma in un ospedale per i poveri. A questo punto Dante insinua (Bicci novel, figliuol di non so cui) che Forese sia figlio di nessuno e che per soddisfare il vizio della gola, come tutti sanno, rubi; la replica è sanguinosa (Ben so che fosti figliuol d’Allaghieri): meglio essere figli di nessuno piuttosto che dell’«Allaghieri», un padre da cui Dante ha ereditato la viltà, tanto da lasciare invendicata un’offesa che lui aveva ricevuto, anzi, da essersi subito affrettato a far pace.

Le accuse che i due si scambiano rientrano tutte, senza eccezioni, nel repertorio di ingiurie a cui attingono le tenzoni infamanti e di vituperio: sono elementi di un gioco letterario impostato su motivi ricorrenti e perciò da non leggere in chiave direttamente biografica. Non possiamo assumere per vere le insinuazioni relative all’indigenza estrema e alla poca nobiltà d’animo di Alighiero II; esse, infatti, sono da mettere sullo stesso piano di quelle, palesemente eccessive, che colpiscono Dante stesso. A rendere interessante un simile scambio non è la fondatezza degli improperi, ma il fatto che, pur in un contesto di gioco da taverna o da lieta brigata, le malevole notazioni di Forese su Dante, sul padre e, più in generale, sulla famiglia Alighieri contrastano in modo netto con l’immagine di quella famiglia abbozzata dalle opere di Dante. Contrasto accentuato ulteriormente dalla circostanza che, mentre Dante nei suoi scritti parla delle generazioni passate, la tenzone si riferisce agli Alighieri viventi o da poco defunti. Da una parte, abbiamo Cacciaguida, imparentato con i nobilissimi Elisei, crociato e cavaliere di investitura imperiale, e Alighiero I, il quale sconta in Purgatorio il peccato di superbia, che, come si è detto, è peccato nobiliare per eccellenza; dall’altra parte, abbiamo un Alighiero II miserabile economicamente e moralmente, un Dante a cui si apre la strada dell’ospizio dei poveri, che non esita a rubare ad altri poveri e che si ritrae per viltà dal dovere di vendicare l’offesa subita dal padre. Il contrasto non potrebbe essere più netto. A un passato connotato di nobiltà d’animo e di sangue si contrappone un presente meschino e ignobile. Beninteso, sono due immagini entrambe deformate: la prima, dalla tensione utopistico-regressiva, sorretta da un’altrettanto utopistica voglia di riscatto e di autonobilitazione; la seconda, dal crescendo imposto dal botta e risposta ingiurioso. E però le due immagini misurano, anche se per eccesso, quella distanza tra ideale e reale che le ricostruzioni un po’ mitiche di Dante cercano ostinatamente di annullare.