6. La moglie di Dante

Nella seconda metà del Duecento era normale che un bambino e ancor più una bambina in tenera età fossero dalle loro famiglie legati in una promessa matrimoniale vincolante. La necessità di premunirsi contro i rischi della turbolenta e spesso sanguinosa lotta politica cittadina spingeva i fiorentini a contrarre alleanze matrimoniali tra famiglie politicamente avversarie.

Dante è ancora un bambino e già il padre Alighiero o, meglio, i parenti più prossimi dopo la sua morte, pensano ad accasarlo. Alla fine la scelta cade su Gemma, una ragazzina, coetanea o forse di alcuni anni più giovane di Dante, della potente famiglia dei Donati, essi pure residenti in San Pier Maggiore. Anche in questo caso, essendo gli Alighieri legati ai Cerchi, non saranno mancate, accanto a quelle economiche (la famiglia della promessa sposa possedeva a Pagnolle terreni contigui a quelli degli Alighieri), motivazioni politiche.

Gemma era imparentata, anche se alla lontana (è cugina di terzo grado), con Corso, Forese e Piccarda, cioè con il ramo dei Donati che nei decenni successivi avrebbe guidato la fazione guelfa vincitrice, ma anche i suoi genitori vantavano un lignaggio prestigioso. Manetto, il padre, era figlio, infatti, di Ubertino Donati e di una figlia di Bellincione Berti. Dante ha una grande considerazione della nobiltà di Ubertino, tanto che nel Paradiso, proprio per metterla in rilievo, dirà che questi aveva disapprovato il fatto che il suocero Bellincione avesse concesso in moglie un’altra sua figlia a un membro dell’arrogante, ma di «picciola gente», famiglia degli Adimari.

Anche presumendo che Dante, come suo solito, accentuasse il carattere aristocratico della famiglia della moglie, resta comunque che per gli Alighieri si trattava di un matrimonio prestigioso. Tanto più che Manetto, che nel 1280 era stato tra i garanti della cosiddetta pace del cardinale Latino, negli anni successivi, cioè dopo il fidanzamento di Dante con Gemma, sarebbe stato creato cavaliere. Le trattative prematrimoniali sfociarono in un atto, sottoscritto davanti a un notaio il 9 febbraio 1277 (Dante aveva dodici anni), con il quale Gemma veniva promessa a Dante ed era fissato l’ammontare della dote. Purtroppo quell’atto non ci è pervenuto, e quindi non siamo in grado di stabilire chi agisse per conto di Dante, se il padre Alighiero o un tutore. In effetti, Alighiero II avrebbe potuto già essere defunto, e quindi a condurre la trattativa potrebbe essere stato il tutore degli orfani. Allearsi con i Donati era socialmente prestigioso, ma assai poco vantaggioso dal punto di vista economico. La dote di Gemma, infatti, ammontava solamente a 200 fiorini piccoli. Le doti erano calcolate in proporzione al patrimonio del futuro sposo, e questo perché quel patrimonio ne garantiva la restituzione in caso di morte del marito. La cifra modestissima della dote di Gemma conferma che le sostanze di Alighiero II (o meglio, da lui lasciate in eredità) nella seconda metà degli anni Settanta non erano rilevanti. In pratica, Gemma portava in dote solo un nome prestigioso. Sembra poco probabile che un piccolo prestatore come Alighiero II, bisognoso di liquido per la sua professione, abbia pensato a un simile matrimonio: nei suoi interessi e nella sua mentalità sarebbe rientrato piuttosto un contratto con una donna meno nobile ma di maggior sostanza economica. Più attento al nome che ai fiorini, invece, avrebbe potuto essere uno come Durante degli Abati, al quale magari avrebbe fatto comodo allearsi, seppure alla lontana, con i Donati.

Il matrimonio – lo vedremo – sarà celebrato più tardi, si pensa tra il 1283 e il 1285.

Si è molto discusso tra i dantisti se fu un matrimonio felice. La discussione è stata innescata da Boccaccio, che nel Trattatello dipinge un ritratto impietoso di Gemma. A suo dire, i parenti avevano convinto Dante a sposarsi perché si consolasse della morte di Beatrice – il che è palesemente fantasioso – e fecero un grande sbaglio. Quel legame gli procurò solo noie e pene, perché questo, sostiene Boccaccio, è il destino che tocca a tutti gli uomini di ingegno, i «filosofanti», che si adattano al matrimonio: chi lo ha provato sa «quanti dolori nascondano le camere, li quali di fuori, da chi non ha occhi la cui perspicacia trapassi le mura, sono reputati diletti». L’unico elemento che egli porta a favore della sua requisitoria sarebbe la circostanza (peraltro tutta da dimostrare, anzi, da ritenere priva di fondamento) che, dopo l’esilio, i due non si sarebbero mai più incontrati. In assenza di qualunque indizio non possiamo che astenerci dal giudicare la vita matrimoniale di Dante. Va detto, comunque, che i contrasti fra i coniugi, se mai vi furono, non dovettero essere particolarmente gravi. Lo lascia supporre il fatto che tra Dante e il padre e i fratelli di Gemma corsero sempre buoni rapporti. Per esempio, Manetto Donati fu più volte mallevadore di prestiti concessi a Dante negli anni Novanta, e anche per cifre ragguardevoli: come si dirà anche più avanti, nel dicembre 1297, insieme ad altri, garantì un debito contratto da Dante e dal fratello Francesco per la notevole somma di 480 fiorini d’oro. E anche dopo l’esilio non si ha sentore di contrasti tra i coniugi. E poi, è un fatto che Dante, nonostante lo scontro politico con Corso, nella Commedia tratta con riguardo, per non dire con favore, la famiglia Donati.