7. Dante «combattente a cavallo»

Fin da giovane Dante persegue uno stile di vita di tipo nobiliare: unico in tutta la storia della sua famiglia, non svolge alcuna attività lavorativa; non partecipa alla vita politica; gioca le sue carte sul piano della cultura e dell’attività letteraria, settori questi poco frequentati nella mercantile Firenze.

Fino ai trent’anni Dante si tiene lontano dalla politica, ma non si sottrae ai doveri di cittadino. Fra questi c’è quello di prestare servizio in guerra. Alcuni ritengono che la sua esperienza militare sia durata per tutto il corso delle guerre aretino-pisane, vale a dire dall’assedio di Poggio Santa Cecilia (1286) fino a Campaldino e Caprona (1289). In effetti, nei suoi scritti Dante dissemina riferimenti a luoghi, fatti e persone riportabili a quelle campagne di guerra. Nella Commedia ricorda con irrisione a un certo Lano senese, caduto nell’agguato di Pieve al Toppo, che le sue gambe «non furo accorte», cioè abili a scamparlo, «a le giostre dal Toppo»; al territorio aretino rimandano le manovre di cavalleria descritte (sembrerebbe per averle viste di persona) in apertura del canto XXII dell’Inferno: «Io vidi già cavalier muover campo, / e cominciare stormo e far lor mostra, / e talvolta partir per loro scampo; / corridor vidi per la terra vostra, / o Aretini, e vidi gir gualdane». Niente, però, ci assicura che Dante fosse in armi a Santa Cecilia o avesse fatto scorrerie nell’Aretino.

È certo, invece, che l’11 giugno 1289 Dante era a Campaldino. Nel Purgatorio racconterà, forse riferendo un’ipotesi allora circolata, che il corpo mai ritrovato del ghibellino Buonconte di Guido da Montefeltro, morto nella battaglia, era stato trascinato fino all’Arno dalle acque del torrente Archiano ingrossate da un temporale notturno; subito prima, nello stesso canto, comparirà Iacopo del Cassero – ucciso dai sicari degli Este a Oriago, sulla strada tra Padova e Venezia –, un altro che aveva partecipato alla battaglia al comando di un contingente di Fano schierato con i fiorentini. Leonardo Bruni cita, in traduzione, alcune righe di un’epistola perduta nelle quali Dante scrive di essersi trovato tra i combattenti a cavallo nella battaglia di Campaldino, «ove ebbe temenza molta et nella fine grandissima allegrezza per li varii casi di quella battaglia». Della battaglia «disegna la forma», cioè i «varii casi»: dalla rotta subita dalla prima schiera in cui lui si trovava fino alla vittoria ottenuta proprio grazie a quella precipitosa ritirata, che aveva avuto l’effetto di compattare le forze equestri e pedestri fiorentine e, per contro, di allontanare dalla propria fanteria la cavalleria aretina inseguitrice.

Dante, dunque, apparteneva al reparto dei feditori, ai quali toccava l’onere del primo assalto. I feditori, ossia i cavalieri armati alla leggera, erano un corpo ambito, tanto è vero che ne facevano parte molti nobili e magnati. In quell’occasione il compito di selezionare i feditori del sestiere di San Pier Maggiore era stato affidato a Vieri dei Cerchi, il capo della famiglia a cui gli Alighieri erano politicamente vicini. Sembrerebbe che nell’epistola perduta Dante avesse sottolineato il proprio comportamento valoroso, tuttavia il suo nome non figura tra quelli che furono indennizzati per essersi particolarmente esposti durante il combattimento.

È altrettanto sicuro che, meno di due mesi dopo Campaldino, il 6 agosto, Dante è sotto le mura di Caprona, a poca distanza da Pisa. Vede con i suoi occhi i fanti pisani uscire impauriti dal castello dopo avere patteggiato la resa («così vid’ ïo già temer li fanti / ch’uscivan patteggiati di Caprona, / veggendo sé tra nemici cotanti»). A quei fanti le truppe fiorentine non fecero alcun male, ma Guido da Montefeltro, comandante dei pisani, li accusò di tradimento per essersi arresi senza combattere dopo soli tre giorni di assedio. Alcuni giorni dopo, Dante avrà seguito l’esercito che si spingeva fino a Cisanello, a meno di tre chilometri dalle mura di Pisa. I fiorentini, però, come si è detto, non assalirono la città: dopo poco se ne tornarono in patria senza aver ottenuto alcun successo significativo.

Quell’esperienza bellica diede a Dante l’occasione di compiere i suoi primi viaggi significativi in Toscana. Fu allora che, per la prima volta, visitò luoghi come il Casentino e la valle dell’Arno che gli sarebbero diventati familiari molti anni più tardi, quando vi soggiornerà da esule.