8. Un colpo di Stato

Nel 1295 Dante entra nell’agone politico. I Guelfi di Firenze, sconfitti definitivamente i Ghibellini, sono divisi in due fazioni facenti capo alle famiglie dei Cerchi e dei Donati. I primi prenderanno il nome di Bianchi, i secondi di Neri. Dante è schierato con i Bianchi. Lo scontro tra le due parti si fa sempre più duro con il passare degli anni fino a sfociare in una vera e propria guerra intestina fra il 1300 (anno in cui Dante è priore) e il 1301. I Neri sono sostenuti dal papa Bonifacio VIII, il quale agisce di conserva con il re di Francia. Questi invia suo fratello Carlo di Valois alla testa di una spedizione militare. Grazie alle truppe francesi nell’autunno del 1301 i Neri occupano Firenze con un vero e proprio colpo di Stato.

Nel giugno 1301 Carlo di Valois comincia la sua marcia di avvicinamento all’Italia. Viaggia con la moglie incinta (che in ottobre partorirà a Siena) e uno scarso seguito di armati, non più di 500 cavalieri. In luglio è a Torino e poi a Milano, governata dai Visconti; a fine mese transita per Modena (accolto dagli Este, nemici dei bolognesi) e arriva a Bologna. I bolognesi, legati da un trattato con i Bianchi di Firenze e resi diffidenti dall’incontro con gli Este di pochi giorni prima, non si mostrano particolarmente calorosi. Carlo supera l’Appennino per i valichi pistoiesi, si tiene a distanza da Pistoia, in mano ai Bianchi, attraversa il territorio fiorentino e quindi, in agosto, fa tappa a Siena, Orvieto e Viterbo. Il 2 settembre giunge ad Anagni, la città natale nella quale Bonifacio VIII soggiorna durante l’estate. Qui il papa lo nomina capitano generale degli Stati della Chiesa, paciere di Toscana e rettore di Romagna. Adesso il Valois ha tutti i titoli per compiere la sua missione, consistente, come appare senz’ombra di dubbio, nel rovesciare il governo «bianco» di Firenze. Già il 19 di quel mese riparte dirigendosi verso nord. La sua prima tappa, non a caso, è Castel della Pieve (4 ottobre), il luogo dove si trovano al confino gli esponenti Neri banditi al tempo del priorato di Dante e dove soggiorna Corso Donati. Durante questa tappa, alle sue forze si uniscono quelle dei Donateschi esiliati. Il 16 sosta a Siena.

Di fronte all’approssimarsi del pericolo i Bianchi fiorentini seguono una linea politica confusa e priva di fermezza. Si aggiunga che, siccome nessuna delle città guelfe della Toscana si schiera con loro, possono contare solo sull’alleata Bologna. Le loro speranze sono riposte nelle trattative che cercano di instaurare con il Valois e con il papa. Come segno distensivo anticipano di una settimana l’elezione dei nuovi priori (il 7 ottobre anziché il 15); non solo, eleggono un Collegio formato da persone non apertamente schierate con i Cerchieschi. Uno dei nuovi priori è Dino Compagni, il quale, commentando i messaggi che i neoeletti mandavano ai concittadini, scriverà: «Demo loro intendimento di trattare pace, quando convenìa arrotare i ferri».

Forse qualche giorno prima di queste elezioni era partita per Roma una ambasceria fiorentina. La documentazione è incerta e lacunosa. Si trattava, in realtà, di una ambasceria mista, fiorentino-bolognese. Sappiamo che i bolognesi l’avevano approvata l’11 ottobre, e che i loro ambasciatori erano partiti il 15. Del gruppo fiorentino faceva parte anche Dante. Furono ricevuti da Bonifacio a Roma, in Laterano (e non ad Anagni, come molti affermano), forse poco dopo il 20 ottobre. Il papa, in sostanza, chiese ai legati fiorentini che i governanti della città si sottomettessero, e rimandò immediatamente a Firenze due di loro, Guido Ubaldini da Signa, detto il Corazza, e Maso di Ruggerino Minerbetti, perché riferissero la sua richiesta. È probabile che Bonifacio cercasse di arrivare a una soluzione a lui favorevole senza dover ricorrere all’intervento del Valois, senza cioè dover contrarre debiti con la corona di Francia. Ma ormai era tardi per la soluzione diplomatica.

Il Valois è vicino alle mura di Firenze, dove chiede di entrare come pacificatore. In città regna una grande confusione: molti Bianchi cominciano a schierarsi con l’altra parte, i priori sono incerti sul da farsi: non se la sentono di decidere da soli e si consultano con un gran numero di organismi, comprese le corporazioni. Alla fine viene deciso di accogliere la richiesta, e così il Valois, il 1° novembre, entra in Firenze ricevuto con tutti gli onori. L’avergli aperto le porte è stato l’errore più grande commesso da Vieri e dagli altri capi della parte «bianca». Le forze armate a disposizione del francese sarebbero state del tutto insufficienti per un attacco a una città grande e munita come Firenze. La «bianca» Pistoia respingerà analoga richiesta, e i Neri, per vincere la sua resistenza, dovranno impegnarsi in una guerra che si concluderà solamente cinque anni dopo.