9. Dante vs Bonifacio VIII

I lettori della Commedia si fanno una pessima idea di Bonifacio VIII. Dante è feroce con i suoi nemici, e siccome egli considera Bonifacio il suo nemico peggiore, la diffamazione nei suoi confronti è sistematica.

Il cardinale Benedetto Caetani fu eletto papa a Napoli, il 24 dicembre 1294, con il nome di Bonifacio VIII, e incoronato a Roma un mese dopo, il 23 gennaio. Succedeva a Celestino V, l’eremita Pietro del Morrone – uomo di vita santa, appoggiato dagli «spirituali» francescani e dalle correnti riformiste della Chiesa, ma inesperto di problemi ecclesiastici e internazionali e sostanzialmente manovrato dal re di Napoli Carlo II d’Angiò – che si era dimesso dopo pochi mesi di pontificato (5 luglio – 13 dicembre 1294). Il cardinale Caetani, consultato come esperto di diritto canonico, aveva giudicato ammissibili e valide le sue dimissioni. Un parere, questo, che peserà sul suo intero pontificato. I suoi molti nemici, in particolare gli «spirituali» francescani, i Colonna e il re di Francia, sosterranno che egli aveva indotto Celestino alle dimissioni per potergli succedere, e pertanto che la sua elezione doveva essere considerata illegittima. La questione della legittimità lo perseguiterà fino alla morte (e anche dopo). È vero, però, che Bonifacio, dopo la sua elezione a papa, fece arrestare e poi tenne segregato Celestino (e a procedere alla sua cattura, nel febbraio 1295, fu quel Carlo Martello che Dante aveva conosciuto alcuni mesi prima a Firenze), ma a ciò fu indotto, oltre che dal timore di un ripensamento da parte di Celestino, anche dalla considerazione che, in ogni caso, la presenza di due papi tra i fedeli poteva creare molto sconcerto.

La figura di Bonifacio VIII è controversa. In lui la profonda persuasione che alla Chiesa e al papato sia affidato il compito di guida universale dell’umanità convive con più mondani progetti di espansione territoriale, sia del papato sia della sua famiglia. La lotta senza quartiere ai Colonna e la guerra contro gli Aldobrandeschi sono motivate soprattutto da ragioni di politica familiare; l’ingerenza nella vita interna di Firenze si colloca, forse, in un disegno di acquisizione della Toscana al dominio della Chiesa. Più di ogni altra cosa, a caratterizzare il suo pontificato è una concezione teocratica, proclamata e messa in atto con grande energia, secondo la quale il papa è al di sopra dei re e dei regni, e perciò deve avere la preminenza e il dominio su tutta la terra e su ogni anima. Da questo punto di vista Bonifacio può essere considerato l’ultimo grande pontefice medievale, sulla linea dei papi che avevano combattuto contro gli imperatori germanici per affermare la superiorità della sfera spirituale su quella temporale. Adesso, però, il potere temporale da sottomettere non è quello dell’imperatore, ma quello delle nuove monarchie. Lo scontro divampa con il re di Francia. Filippo il Bello, con il quale Bonifacio ha intrattenuto rapporti altalenanti, finisce per reagire duramente alle sue pretese teocratiche. Si sviluppa così un attacco violento e continuo, che durerà anche dopo la sua morte (un interminabile processo postumo – si concluderà nel 1311 senza, però, arrivare a una condanna – sarà messo in atto da Filippo il Bello e Clemente V), mirato a provare l’illegittimità della sua elezione e a infamarlo personalmente con accuse di eresia, sodomia e, perfino, di pratiche demoniache. Lo scontro culmina con l’assalto al palazzo papale di Anagni e la temporanea cattura del papa da parte dell’inviato francese Guglielmo di Nogaret e di Sciarra Colonna, che vendica così la persecuzione della sua famiglia (7 settembre 1303). Che in quell’occasione il papa sia stato schiaffeggiato dal Colonna è probabilmente una leggenda. Bonifacio, comunque, non resse all’oltraggio e morì poco più di un mese dopo (11 ottobre). Mentre i suoi predecessori avevano vinto la lunga contesa con gli Hohenstaufen, Bonifacio VIII perse quella con la monarchia francese. Fu una sconfitta gravida di conseguenze per la storia della Chiesa e dell’Europa. Dopo la breve parentesi del pontificato del trevigiano Niccolò di Boccasio (Benedetto XI, ottobre 1303 – aprile 1304), con l’elezione di Bertrand de Got (Clemente V) comincia una lunga serie di papi francesi pesantemente condizionati dal re di Francia, tanto che la sede papale finirà per essere trasferita ad Avignone, dove resterà fino al 1377.

Dante, dicevo, considera Bonifacio VIII il peggiore dei suoi nemici. L’odio che nutre nei suoi confronti è tale da spingerlo a preconizzargli l’inferno quando (stando alla finzione della Commedia) è ancora in vita: è papa Niccolò III (il papa Orsini con il quale il cardinale Caetani era stato in stretta relazione), immerso a testa in giù in uno dei fori nei quali sono conficcati i simoniaci, a scambiare la voce di Dante pellegrino che gli chiede di parlare per quella di colui che dovrà prendere il suo posto: «Sè tu già costì ritto, / sè tu già costì ritto, Bonifazio?». Dante non perdona al papa di avere agito copertamente, in modo farisaico («Lo principe d’i novi Farisei»), a favore della parte donatesca: questa, profetizza Ciacco, prevarrà grazie all’appoggio «di tal che testé piaggia», di uno che adesso, nel 1300, finge di essere imparziale. A volte sembra interpretare la vicenda fiorentina come uno scontro personale tra lui e il papa, tanto da spingersi ad affermare, per bocca di Cacciaguida, che la sua cacciata dalla patria già si sta preparando nel 1300, e ben presto sarà messa in atto, in quella curia romana dove ogni giorno si fa mercato di Cristo: «Questo si vuole e questo già si cerca, / e tosto verrà fatto a chi ciò pensa [Bonifacio] / là dove Cristo tutto dì si merca». Bonifacio, che non si fa scrupolo di indire una crociata nel cuore della Chiesa («presso a Laterano»), ha trasformato la tomba di Pietro in una «cloaca», una fogna di sangue e miasmi («cloaca / del sangue e de la puzza»). Quella che Dante fa pronunciare a san Pietro è forse la più violenta invettiva che mai sia stata scagliata contro un papa: indegno della cattedra di Pietro al punto che questa, al cospetto di Cristo, può essere considerata vacante: «Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, / il luogo mio, il luogo mio che vaca / ne la presenza del Figliuol di Dio». Benché sembri dare credito alle accuse di avere ingannato Celestino con i suoi consigli giuridici («non temesti tòrre a ’nganno / la bella donna [la Chiesa], e poi di farne strazio»), Dante mai pone in dubbio la sua legittimità di pontefice. L’oltraggio di Anagni rinnovella nella persona del suo vicario la passione di Cristo: «veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, / e nel vicario suo Cristo esser catto. / Veggiolo un’altra volta esser deriso; / veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele, / e tra vivi ladroni esser anciso». Rancore personale, odio politico e disprezzo morale non bastano perché un cristiano dalla fede così salda come Dante deroghi dalla più rigorosa ortodossia. In ciò non è solo: anche Iacopone da Todi – il più famoso laudista del Duecento, dopo Dante il poeta più letto nei due secoli successivi –, che per essersi schierato con i Colonna fu fatto prigioniero durante la presa di Palestrina (estate 1299) e detenuto in condizioni penose fin dopo la morte di Bonifacio, nei suoi versi lo attacca con rara virulenza («Lucifero novello a sedere en papato»), senza mai metterne in dubbio, però, la legittimità di successore di Pietro. E anche uno dei grandi ispiratori del movimento «spirituale», Pietro di Giovanni Olivi, prese più volte posizione, in contrasto con i fratelli francescani, a favore della validità delle dimissioni di Celestino.