Cronologia della vita di Dante Alighieri

1265

Dante nasce a Firenze, nella casa di famiglia situata nel popolo di S. Martino del Vescovo, sotto il segno dei Gemelli (Pd XXII 106-20); Boccaccio, Esp. I litt. 5, che riferisce una notizia appresa da Pietro Giardini, colloca la nascita in maggio.

Suo padre è Alighiero II (1220 ca.-prima del 1280), piccolo proprietario terriero, sensale e cambiavalute, primo dei cinque figli di Bellincione (+ dopo il 1269), figlio a sua volta di Alighiero I (+ dopo il 1201); sua madre è Bella (di casato ignoto, forse Abati), morta durante l’infanzia di Dante. La coppia ha già una figlia, Tana (Gaetana, detta La Trotta, 1260 ca.-dopo il 1320), poi moglie di Lapo Riccomanni. Rimasto vedovo, Alighiero si risposa con Lapa di Chiarissimo Cialuffi, da cui ha almeno Francesco (detto Geri, prima del 1279-dopo il 1342), poi marito di Piera di Donato Brunacci. Boccaccio, Esp. VIII litt. 3 parla di un’altra sorella di Dante, poi sposata a Leone Poggi, ma non precisa se sia nata dal primo o dal secondo matrimonio di Alighiero.

Dante insiste più volte, generalmente in modo allusivo, sulle proprie origini nobili: in particolare dà grande rilievo all’antenato Cacciaguida, padre di Alighiero I, che sarebbe stato armato cavaliere da “lo ’mperador Currado” durante una spedizione contro i musulmani, nel corso della quale avrebbe trovato la morte (Pd XV 139-48). Sono però con ogni probabilità notizie leggendarie: Corrado III, se di lui si tratta, nella seconda crociata non attraversò l’Italia ma si diresse in Ungheria e da lì penetrò nell’impero bizantino; inoltre gli Alighieri non risultano essere mai appartenuti al ceto cavalleresco. Alla moglie di Cacciaguida, di origine padana, Dante fa risalire il cognome di famiglia (Pd XV 137-8); e in effetti a Ferrara è attestata una casata Aldighieri (con varianti grafiche). Stando alle parole di Farinata degli Uberti in If X 40-8 gli ascendenti di Dante, di parte guelfa, sarebbero stati esiliati dai ghibellini prima nel 1248 e poi nel 1260; tuttavia, dato che il poeta afferma incontrovertibilmente di essere nato a Firenze (If XXIII 94-5; Pd VI 53-4), bisognerà pensare che almeno una parte della famiglia sia potuta rimanere in città.

1266

Dante viene battezzato in S. Giovanni (il “fonte / del mio battesmo” ricordato in Pd XXV 8-9), presumibilmente nella cerimonia collettiva del sabato santo (26 marzo). Il nome Durante è attestato da Filippo Villani, De origine civitatis Florentie et de eiusdem famosis civibus e da un documento notarile rogato nel 1343 per il figlio Jacopo; tuttavia in campo letterario [a parte il caso dubbio di Fiore 82, 9 e 202, 14] non viene mai usato dallo scrittore, che si firma sempre Dante (Io Dante a te, che.m’hai così chiamato; Pg XXX 55) e come tale viene appellato anche da tutti i suoi corrispondenti poetici.

Esattamente un mese prima, il 26 febbraio, la battaglia di Benevento determina il tracollo della parte ghibellina in Italia: è pensabile che Alighiero, se in esilio, rientri in patria nel corso dell’anno o all’inizio di quello successivo (la nomina di Carlo d’Angiò a podestà di Firenze e il ritorno dei principali fuorusciti guelfi si collocano nell’aprile 1267).

1274

A meno che il racconto di Vn 1. 2 non sia un’invenzione puramente letteraria, nella primavera di quest’anno ha luogo il primo incontro con Beatrice: ossia Bice di Folco Portinari, poi sposata a un Simone dei Bardi, secondo le testimonianze di Pietro Alighieri e Boccaccio (Trattatello A 30-2 = B 26-7; Esp. II litt. 82-5).

1277

Il 9 febbraio viene stipulato il contratto dotale (cioè l’impegno a contrarre matrimonio) fra Dante e Gemma di Manetto Donati (+ prima del 1343). La futura moglie è una lontana cugina di Corso Donati, esponente di primo piano della politica fiorentina nell’ultimo quarto di secolo, nonché di Forese e Piccarda: entrambi protagonisti di episodi della Commedia (rispettivamente Pg XXIII-XXIV e Pd III), il primo (+ 1296) anche amico personale di Dante, che con lui scambierà una serie di sonetti di argomento scherzoso.

1281-6

Dopo la morte del padre, e dopo l’uccisione di Geri del Bello (cugino di Alighiero) nel corso di una faida ricordata in If XXIX 13-36, Dante è costretto ad assumersi le responsabilità di capofamiglia: questo suo ruolo è attestato da un documento, datato 1283, relativo alla cessione a Tedaldo di Orlando Rustichelli di un credito di 21 lire vantato dal defunto padre nei confronti di Donato di Gherardo del Papa. L’amministrazione del modesto patrimonio domestico non gli impedisce però di dedicarsi ai primi studi: trae giovamento dalla frequentazione (verosimilmente informale, non legata a un magistero di carattere ufficiale) dell’illustre letterato Brunetto Latini (+ 1293), commemorato in toni commossi in If XV, e inizia a comporre poesie in volgare. Secondo la dichiarazione di Vn 1. 20 Dante aveva “già veduto per sé medesimo l’arte del dire parole per rima” prima dei 18 anni, età alla quale fa risalire la stesura del sonetto A ciascun’alma presa; sempre secondo Vn 2. 1 lo scambio di rime originato da questo sonetto determina “lo principio dell’amistà” con il più anziano Guido Cavalcanti, appartenente a una famiglia magnatizia di parte guelfa.

In questo periodo viene celebrato il matrimonio con Gemma Donati, da cui nascono almeno Jacopo (1289-1348), Pietro (1300-64) e Antonia (+ prima del 1371): i primi due diventeranno letterati (e commentatori del poema paterno), la terza monaca con il nome di suor Beatrice nel monastero di S. Stefano degli Ulivi a Ravenna. [Restano incerte le notizie su altri due eventuali figli, Giovanni e Gabriello, che potrebbero essere nati da un omonimo.]

Non si registrano ripercussioni sulla biografia dantesca dei principali avvenimenti della vita politica fiorentina in quegli anni (istituzione del priorato, governo delle Arti). Alcuni, basandosi sull’accenno a un allontanamento forzato da Firenze in Vn 4. 1, ipotizzano che Dante abbia partecipato alla spedizione militare contro il castello di Poggio S. Cecilia (novembre 1285-aprile 1286), fatto insorgere dagli aretini e riconquistato da senesi e fiorentini dopo un assedio.

1287

Un memoriale bolognese del notaio Enrichetto delle Querce attesta (in una forma linguistica locale) il sonetto Non mi poriano già mai fare ammenda: la circostanza viene considerata indizio pressoché certo di una presenza di Dante a Bologna anteriore a questa data. Probabilmente il soggiorno bolognese è determinato da motivi di studio, come sostengono Boccaccio, Trattatello A 25 = B 20 “sì come a luogo più fertile del cibo che ’l suo alto intelletto disiderava, a Bologna andatone, non picciol tempo vi spese” e Giovanni Villani, Nuova Cronica X 136 “andossene a lo Studio a Bologna” (che però si riferisce a un’epoca posteriore all’esilio); ed è verosimile che nella città emiliana Dante sviluppi la propria competenza nelle parlate locali poi esibita in VE I xv.

[I sostenitori della paternità dantesca di Fiore e Detto d’Amore ne fanno risalire la composizione agli anni giovanili: il sicuro terminus post quem è la morte di Sigieri di Brabante (1283/4), ricordata in Fiore 92, e si ritiene comunemente che le due opere, se dantesche, siano anteriori alla Vita nova].

1289

Nella tarda primavera Dante prende parte alla campagna militare contro la ghibellina Arezzo culminata l’11 giugno nella decisiva battaglia di Campaldino, dove secondo Leonardo Bruni, Della vita, studi e costumi di Dante (che riferisce le notizie contenute in una lettera dantesca oggi perduta) “si trovò nell’armi combattendo vigorosamente a cavallo nella prima schiera”. La memoria della battaglia ritorna nel racconto di Buonconte da Montefeltro (Pg V 85-129).

Il 16 agosto partecipa alla presa del castello di Caprona (a est di Pisa) agli ordini del guelfo pisano Nino Visconti, alleato di Firenze: un ricordo personale dell’episodio si trova in If XXI 94-6 (“così vid’io già temer li fanti / ch’uscivan patteggiati di Caprona, / veggendo sé tra nemici cotanti”), mentre il personaggio (con cui deve essere nata negli anni successivi una frequentazione amichevole) viene rievocato in Pg VIII 46-84.

Il 31 dicembre muore Folco Portinari, padre di Beatrice: l’evento subisce una trasfigurazione letteraria in Vn 13.

1290

L’8 giugno, secondo la testimonianza di Vn 19, muore Beatrice. Si apre una fase che a posteriori Dante giudica di traviamento (soprattutto in Pg XXX-XXXI) e la cui natura è stata variamente intesa, anche sulla base dell’oscuro sonetto I’ vegno ’l giorno a.tte ’nfinite volte, con cui Cavalcanti rimprovera all’amico un suo recente mutamento. Stando a Cv II xii, “alquanto tempo” dopo la morte di Beatrice Dante avrebbe affrontato la lettura del De consolatione Philosophiae di Boezio e del Laelius de amicitia di Cicerone (opere a lui già note in precedenza, ma intese in modo parziale e imperfetto); in seguito avrebbe cominciato a frequentare le “scuole delli religiosi” e le “disputazioni delli filosofanti” (ossia gli ambienti dei domenicani in S. Maria Novella, dei francescani in S. Croce, forse anche degli agostiniani in S. Spirito); quindi, dopo un periodo “forse di trenta mesi”, si sarebbe dedicato alla poesia filosofica (intraprendendo la stesura di Voi, che ’ntendendo il terzo ciel movete, la prima delle canzoni commentate nel trattato in volgare). Questa scansione cronologica è compatibile con l’affermazione di Cv II ii 1, che data l’inizio della passione per la filosofia (personificata nella “donna gentile” di Vn 24-7) a più di tre anni dopo la morte di Beatrice.

1291

Il 6 settembre Dante figura come testimone in un atto con cui Guiduccio di Ciampolo da Petrognano nomina suo procuratore il notaio Maschio di fu Bernardo.

1292

Un memoriale bolognese, vergato dal notaio Pietro di Allegranza, attesta un lungo frammento (le prime tre stanze, mutile) in forma linguistica locale della canzone Donne ch’avete intelletto d’amore (Vn 10): documento notevole della circolazione estravagante di poesie poi inserite nel prosimetro.

1294

In marzo Dante fa parte del comitato di ricevimento per Carlo Martello, figlio del re di Napoli Carlo II d’Angiò, in visita a Firenze; stando alle parole fatte pronunciare al personaggio in Pd VIII 55-7 (“Assai m’amasti, e avesti ben onde; / che s’io fossi giù stato, io ti mostrava / di mio amor più oltre che le fronde”), con il giovane principe, scomparso prematuramente l’anno dopo, dovrebbe essere sorta un’intesa intellettuale determinata dal comune amore per gli studi.

1295

Dopo il bando inflitto a Giano della Bella (marzo), fautore nel gennaio 1293 degli Ordinamenti di Giustizia (legislazione mirante a escludere le famiglie magnatizie dall’attività politica), vengono promulgati i cosiddetti Temperamenti (luglio): le nuove norme fissano nell’iscrizione a un’Arte la condizione sufficiente per poter ricoprire cariche pubbliche. Dante si immatricola in quella dei Medici e Speziali, e le tracce della sua presenza nella vita politica fiorentina si registrano quasi subito: nel semestre 1° novembre 1295-30 aprile 1296 è uno dei trentasei membri del Consiglio Ristretto del Capitano del Popolo, espresso dal sesto di S. Piero Maggiore; il 14 dicembre 1295 interviene al Consiglio delle Capitudini riguardo alle modalità dell’elezione dei futuri priori.

In questo periodo viene generalmente collocata la pubblicazione della Vita nova.

1296

Il 23 maggio il Consiglio dei Cento, entrato in carica in aprile e della durata di sei mesi, delibera la cooptazione di Dante al posto di un consigliere venuto meno. Il 5 giugno Dante vi pronuncia un intervento favorevole all’approvazione di tre proposte: la costruzione e il restauro di alcuni edifici, il rifiuto di accogliere in Firenze i fuorusciti pistoiesi, la concessione di pieni poteri al gonfaloniere di giustizia e ai priori per procedere contro chi intimidisca i titolari di cariche pubbliche.

1297

L’11 aprile Dante e il fratellastro Francesco ottengono un prestito di 227,5 fiorini da Andrea di Guido de’ Ricci, il 23 dicembre ricevono un mutuo di altri 480 fiorini da Jacopo de’ Corbizzi: sono i primi segni della decadenza economica che sta colpendo la famiglia Alighieri, costretta a rivolgersi agli usurai.

Nel corso dell’anno Dante interviene ancora, forse al Consiglio dei Cento: la testimonianza in proposito è vaga (“arringatur”) e non indica l’argomento in questione.

Dopo la spaccatura verificatasi nel ceto dirigente cittadino fra Bianchi e Neri (fazioni capeggiate rispettivamente dalle famiglie Cerchi e Donati), Dante si accosta ai primi.

1299

Il 23 ottobre Francesco s’impegna con Gano di Lotto Cavolini per un mutuo di altri 53 fiorini.

1300

Il 14 marzo Dante si impegna a restituire a Francesco 125 fiorini; il 31 marzo Francesco si impegna a sua volta per la cifra di 20 fiorini nei confronti di Cerbino di Tencino. Nel frattempo la situazione politica fiorentina si aggrava, a causa dei tentativi di ingerenza di papa Bonifacio VIII (1294-1303) nel governo della città e dell’appoggio da lui fornito alla parte dei Neri a scapito di quella dei Bianchi: in aprile viene sventata una congiura che tre cittadini (Noffo di Quintavalle, Simone di Gerardo, ser Cambio da Sesto) hanno ordito per favorire l’affermazione dell’autorità papale su Firenze; il 1° maggio scoppia un tumulto tra le due fazioni in seguito al quale il capo dei Neri, Corso Donati (già in precedenza bandito dalla città), viene condannato a morte.

Il 7 maggio Dante viene inviato ambasciatore a San Gimignano per convincere i rettori del comune a partecipare all’incontro fra i guelfi toscani in programma nel mese seguente (la sede prevista era Empoli, sarà invece Castelfiorentino).

Il 23 maggio il cardinale Matteo d’Acquasparta viene nominato legato papale per la Toscana; al suo arrivo a Firenze, ai primi di giugno, cerca invano di modificare il sistema elettorale per il priorato con l’intento di giovare ai Neri. L’elezione si svolge il 13 giugno: i sei priori per il bimestre 15 giugno-15 agosto risultano Noffo di Guido, Neri di Jacopo del Giudice, Nello d’Arrighetto Doni, Bindo di Donato Bilenchi, Ricco Falconetti e Dante Alighieri. Solo due giorni prima quest’ultimo ha contratto con il fratello Francesco un nuovo debito di 90 fiorini, verosimilmente dovuto a spese legate all’incarico che sta per ricoprire. Subito dopo il loro insediamento a Palazzo Vecchio, i priori devono prendere una decisione riguardo alla sorte dei tre congiurati scoperti a marzo: rendono esecutiva la sentenza di condanna, consistente in una pena pecuniaria e nel taglio della lingua.

Il 23 giugno, durante la processione della vigilia di S. Giovanni Battista, nasce una nuova rissa fra partigiani delle due fazioni cittadine: in risposta i priori bandiscono equanimemente otto esponenti di parte nera in Umbria e sette di parte bianca (fra cui Guido Cavalcanti) in Lunigiana. Pochi giorni dopo, nel tentativo di porre un argine ai disordini, viene concessa la balia della città a Matteo d’Acquasparta, il quale intorno alla metà di luglio subisce un attentato a opera di un popolano.

I nuovi priori, entrati in carica in agosto, revocano il bando ai Bianchi: in seguito a questa dimostrazione di parzialità, Matteo d’Acquasparta lancia l’anatema contro Firenze e lascia la città (28/29 settembre). Guido Cavalcanti, rientrato dall’esilio, muore non molto dopo.

Si ritiene che Dante abbia visitato Roma in occasione del giubileo (indetto il 22 febbraio 1300, ma con effetto retroattivo a partire dal 25 dicembre 1299), dato che la descrizione dei pellegrini sul ponte S. Angelo in If XVIII 28-33 sembra presupporre una visione diretta. In tal caso il viaggio avrà avuto luogo più probabilmente nella prima metà dell’anno (forse durante la settimana santa), prima dell’assunzione del priorato, oppure in novembre, all’epoca di un’ambasceria fiorentina presso la corte papale.

1301

Il 2 marzo Dante e Francesco si fanno garanti presso Cerbino di Tencino per un mutuo contratto dal giudice Durante degli Abati.

A questa notizia privata fanno seguito nuovi documenti dell’attività dello scrittore in campo civile: il 14 aprile interviene per due volte al Consiglio della Capitudini riguardo all’elezione dei priori, sostenendo la proposta di sorteggiare quattro e non due nomi per sesto; dopo una delibera datata 28 aprile, soprintende ad alcuni lavori urbanistici in Borgo Piagentina, prosecuzione di via S. Procolo (oggi rispettivamente via dell’Agnolo e via Pandolfini) in direzione del torrente Affrico; ma soprattutto, il 19 giugno, al Consiglio dei Cento, si oppone per due volte alla richiesta di Bonifacio VIII di inviare cento cavalieri per una spedizione contro Margherita Aldobrandeschi e si pronuncia invece a favore della proposta di assumere la difesa di Colle Valdelsa.

Il 29 luglio Francesco ottiene da Cerbino di Tencino un altro prestito di 13 fiorini.

Il papa stringe i tempi per ottenere il controllo di Firenze: in settembre il principe francese Carlo di Valois, da lui invitato nel novembre 1300 a scendere in Italia, giunge al suo cospetto in Anagni, ottiene ufficialmente l’incarico di paciere e riparte per la Toscana. Nello stesso mese Dante interviene per tre volte al Consiglio dei Cento: il 13 si dichiara favorevole al mantenimento degli Ordinamenti di Giustizia, il 20 alla richiesta bolognese di far passare nel territorio fiorentino granaglie provenienti da Pisa, il 28 all’accoglimento di alcune proposte tendenti a snellire le procedure giudiziarie (in particolare la concessione della balia ai priori per reati gravi); in quest’ultima seduta propone inoltre di concedere l’amnistia a Neri di Gherardino Diodati (suo predecessore nel priorato), condannato per un atto di violenza: la richiesta viene accolta.

Ai primi di ottobre, insieme a Maso di Ruggerino de’ Minerbetti e Corazza Ubaldini da Signa, fa parte dell’ambasceria inviata a Roma presso Bonifacio VIII. Secondo la discussa testimonianza di Dino Compagni (eletto priore il 7 ottobre) il papa avrebbe rimandato indietro due ambasciatori, trattenendo il solo Dante presso di sé (Cronica II 4, 11 e 25); ma va detto che la frase “che era ambasciadore a Roma” (peraltro sospettata di essere un’interpolazione) si potrebbe anche intendere come allusione all’ambasceria del novembre 1300, alla quale Dante avrebbe partecipato.

Che il poeta si trovi all’interno o all’esterno di Firenze (Leonardo Bruni si spinge a precisare che la notizia del mutamento di regime lo raggiunge mentre, lasciata Roma, è già arrivato a Siena), i fatti storici sono comunque certi: il 1° novembre Carlo di Valois fa il suo ingresso nella città; seguono a ruota il rientro di Corso Donati, la fuga dei Bianchi e la nomina a podestà di Cante de’ Gabrielli da Gubbio, che si farà strumento delle proscrizioni contro gli oppositori del nuovo regime.

1302

Il 27 gennaio viene pronunciata una prima sentenza contro Dante, giudicato in contumacia colpevole di baratteria e condannato a una multa di 5000 fiorini piccoli, al bando per due anni e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Nel primo periodo del suo esilio Dante, in gravi ristrettezze economiche, si muove nel territorio dell’alta Valdarno ed entra in contatto con le residue forze ghibelline attive in Toscana, ora spinte ad accordarsi con gli esuli di parte bianca intenzionati a rientrare in Firenze (ma in un equilibrio sempre precario, trattandosi di ex nemici giurati): ossia la città di Arezzo, di cui è podestà Uguccione della Faggiola, e le famiglie feudali del Casentino (Pazzi, Ubertini, Guidi). In febbraio, al convegno di Gargonza (in Val di Chiana), viene stretta una prima alleanza tra i fuorusciti bianchi e i ghibellini.

Il 10 marzo viene pronunciata una seconda sentenza in contumacia contro Dante, ora condannato al rogo e alla confisca dei beni.

La coalizione Bianchi-ghibellini, rafforzata l’8 giugno al convegno di S. Godenzo (in Mugello) con la promessa di risarcire gli Ubaldini dei danni che avessero subito nella guerra contro Firenze, ottiene alcuni successi iniziali, come la conquista dei castelli di Figline e Piantravigne (quest’ultimo perduto a luglio per il tradimento di Carlino de’ Pazzi, condannato per tale azione in If XXXII 67-9).

Probabilmente verso la fine dell’anno, o all’inizio di quello seguente, si colloca una missione di Dante a Forlì (attestata da Biondo Flavio, Historiarum ab inclinatione Romani imperii decades quattuor, che dichiara di basarsi su documenti risalenti a Pellegrino Calvi, cancelliere degli Ordelaffi all’epoca di Dante) per negoziare la nomina di Scarpetta Ordelaffi a condottiero della coalizione, in vista della ripresa delle operazioni di guerra in primavera.

1303

In marzo, nuova campagna militare in Mugello: la coalizione subisce una sconfitta a Castel Puliciano, a cui fanno seguito le feroci proscrizioni ordinate dal podestà di Firenze Fulcieri da Calboli (ricordate in Pg XIV 58-66).

Forse nella tarda primavera (un indizio in tal senso è la mancanza della sua firma in un atto relativo alla richiesta di un mutuo di 450 fiorini da parte della coalizione per fronteggiare le spese belliche, rogato a Bologna il 18 giugno) Dante si reca a Verona, presso Bartolomeo della Scala, come ambasciatore della coalizione. Se l’accenno al palio del drappo verde in If XV 121-4 attesta una visione diretta, dimostra la permanenza del poeta a Verona almeno fino al febbraio 1304 (periodo in cui veniva disputata la corsa). Si tratterebbe dunque di un soggiorno quasi annuale, la cui durata può giustificare il rimprovero di essersi fatto “lombardo” rivolto a Dante da Cecco Angiolieri nel sonetto Dante Alleghier, s’i’ so’ buon begolardo. È inoltre possibile che Dante, eventualmente a motivo di qualche incarico diplomatico ricevuto dai della Scala, abbia occasione di vedere le città di Padova, Treviso e forse Venezia (una visita a quest’ultima sembra comunque presupposta dalla minuta descrizione dell’Arsenale data in If XXI 7-18), la cui frequentazione viene invece generalmente abbassata al periodo 1305-6. In Pd XVII 70-5 (“Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello / sarà la cortesia del gran Lombardo / che ’n su la scala porta il santo uccello; / ch’in te avrà sì benigno riguardo, / che del fare e del chieder, tra voi due, / fia primo quel che tra li altri è più tardo”) Dante offre un quadro estremamente positivo della sua prima esperienza veronese; tuttavia le frecciate rivolte ad Alboino e Alberto della Scala rispettivamente in Cv IV xvi 6 e Pg XVIII 118-26 sembrano implicare qualche difficoltà nei rapporti con quella casata signorile.

1304

La permanenza di Dante a Verona non dovrebbe protrarsi molto dopo la morte di Bartolomeo della Scala (7 marzo). Nel frattempo stanno maturando importanti novità: il 17 marzo il cardinale Niccolò da Prato, nominato legato per la Toscana dal nuovo papa Benedetto XI (1303-4) con il compito di porre termine alle discordie civili, ottiene la balia di Firenze; il 26 aprile, in S. Maria Novella, si arriva a una riconciliazione tra il comune e una delegazione di fuorusciti.

Il ritorno di Dante in Toscana e l’assunzione di nuove responsabilità in favore della coalizione vengono dimostrati da una lettera (Ep I) scritta al cardinale Niccolò da Prato in nome di Aghinolfo dei conti Guidi da Romena, capitano della parte bianca. Che il luogo della sua residenza in questo periodo sia Arezzo viene suggerito da un documento rogato in quella città il 13 maggio, giorno in cui il fratellastro Francesco prende in prestito 12 fiorini dallo speziale Foglione di Giobbo: probabilmente il destinatario della somma è appunto Dante. Le sue condizioni economiche sono infatti difficili, come lascia intendere la lettera di condoglianze (Ep II) scritta a Oberto e Guido da Romena per la morte dello zio Alessandro (più tardi bollato invece come falsario in If XXX 73-8), nella quale Dante giustifica la propria assenza dalle esequie con la “improvvisa povertà” [“inopina paupertas”] provocata dall’esilio.

Le speranze di pacificazione vengono rapidamente deluse: il 10 giugno Niccolò da Prato lascia Firenze (da cui due giorni prima si sono allontanati i delegati Bianchi e ghibellini), ormai interamente dominata dai Neri; il 7 luglio muore Benedetto XI; il 20 luglio, con lo scontro della Lastra, fallisce l’ultimo tentativo compiuto dai fuorusciti per rientrare in armi a Firenze. Stando alla suggestiva rievocazione di Pd XVII 61-9, poco prima di questa battaglia Dante, in seguito a contrasti insanabili, abbandona la “compagnia malvagia e scempia” dei compagni di esilio e decide di fare “parte per sé stesso”.

1305

Dante può aver trascorso a Bologna tutto il 1305, protetto dal regime guelfo bianco, dedicandosi alla stesura del Convivio e del De vulgari eloquentia. Entrambi i trattati presuppongono un’ampia disponibilità di libri che potevano trovarsi riuniti solo in una grande città universitaria, del resto già frequentata da Dante in gioventù. È anche possibile che l’amico poeta e giurista Cino da Pistoia gli abbia procurato contatti presso gli ambienti accademici bolognesi.

1306

In febbraio il regime guelfo bianco bolognese viene rovesciato dalla fazione guidata dalla famiglia Caccianemici (colpita in If XVIII 40-66 nella persona di un suo illustre rappresentante, Venedico). Il nuovo regime, alleato dei Neri fiorentini e del marchese d’Este, rende impossibile la permanenza dei fuorusciti di parte bianca.

Si apre una fase completamente diversa della vita di Dante, che ora si affida a protettori guelfi legati alla Firenze nera: Moroello Malaspina (+ 1315), marchese di Giovagallo, che nel 1302 ha tolto ai pistoiesi bianchi il castello di Serravalle e nel 1306 conquista la stessa Pistoia dopo un duro assedio (imprese ricordate in If XXIV 145-51); Gherardo da Camino (+ 1306), capitano generale di Treviso, lodato per la sua magnanimità in Cv IV xiv 12-3 e Pg XVI 121-6; Guido Salvatico dei conti Guidi da Dovadola (+ 1316). Boccaccio, Trattatello A 74 = B 55 indica fra gli altri luoghi praticati da Dante in questi anni anche il Montefeltro, retto dalla famiglia della Faggiola, e Padova.

Nello stesso periodo si collocheranno i suoi timidi tentativi di riconciliarsi con i governanti di Firenze, nella speranza di venire richiamato: la perduta lettera Popule mee, quid feci tibi? (nota a Giovanni Villani e Leonardo Bruni) e la canzone Tre donne intorno al cor mi son venute, che parla esplicitamente di colpa e pentimento.

Il 6 ottobre, a Sarzana, Franceschino, Corradino e Moroello Malaspina nominano Dante loro procuratore per concludere una pace con il vescovo di Luni Antonio da Camilla; la pace, destinata a dirimere annosi contrasti di natura giurisdizionale su alcuni castelli della zona, viene stipulata il giorno stesso a Castelnuovo Magra. Si tratta del principale episodio del soggiorno dantesco presso la nobile famiglia feudale, più tardi omaggiata in Pg VIII 121-39 a motivo della sua liberalità.

Per conto di Moroello Dante redige il sonetto Degno fa voi trovare ogni tesoro, in risposta a quello di Cino da Pistoia Cercando di trovar minera in oro. In questo periodo si colloca probabilmente anche la stesura di Ep III, indirizzata a Cino (definito esule nell’intestazione, al pari di Dante: l’arco di tempo comune ai due esili è il 1303-6) con la funzione di introdurre il sonetto Io sono stato con Amore insieme, responsivo a Dante, quando per caso s’abandona.

Mentre il De vulgari eloquentia rimane interrotto, la composizione del Convivio verosimilmente continua.

1307

Poco dopo aver lasciato la Lunigiana Dante scrive la Ep IV, indirizzata a Moroello Malaspina e contenente la canzone Amor, da che convien pur ch’io mi doglia; sia la prosa sia la poesia presentano il poeta dimorante vicino alle sorgenti dell’Arno (ossia in Casentino, sicuramente presso uno dei conti Guidi, forse nel castello di Pratovecchio).

Secondo l’opinione più diffusa, Dante avrebbe intrapreso la stesura della Commedia in questo torno di tempo. L’ipotesi alternativa che il poema sia stato iniziato prima dell’esilio ha dalla sua la testimonianza di Boccaccio (Trattatello A 179-82 = B 116-20; Esp. VIII litt. 3-17), secondo cui il testo originale dei primi sette canti, rimasto a Firenze, sarebbe stato fatto recapitare da Dino Frescobaldi a Dante mentre si trovava presso Moroello Malaspina.

1308

È possibile che nel corso di quest’anno Dante si trovi a Lucca [lo farebbe pensare un documento notarile, rogato in quella città il 21 ottobre, che attesta la presenza di un Giovanni di Dante Alighieri da Firenze, che però potrebbe essere un omonimo del poeta]. Un soggiorno lucchese di una certa durata va comunque postulato, dato l’accenno di Pg XXIV 34-48 (indubitabile, nonostante l’enigmaticità dei dettagli: chi è la Gentucca ivi nominata e in che modo ha reso gradita la propria città all’esule?), però non dopo il 31 marzo 1309, quando il comune vieta la presenza dei fuorusciti fiorentini nel proprio territorio. Forse a Lucca viene composto il libro IV del Convivio.

Il 6 ottobre viene ucciso durante un tumulto Corso Donati, che negli ultimi anni si era riavvicinato ai Bianchi e ai ghibellini: l’evento, insieme al termine della legazione del cardinale Napoleone Orsini e alla definitiva affermazione della parte nera più intransigente (guidata dalla famiglia della Tosa), determina in Dante la fine delle speranze di un rientro pacifico a Firenze.

1309

A questo punto, se la notizia è attendibile, si colloca con le maggiori probabilità di verosimiglianza il viaggio a Parigi di cui parlano Giovanni Villani e Boccaccio, Trattatello A 75 = B 56 (“se n’andò a Parigi; e quivi tutto si diede allo studio e della filosofia e della teologia”): dopo la caduta delle aspettative riguardo a Firenze (e comunque almeno dopo l’inizio della composizione del Convivio, che in I iii 4 parla solo di peregrinazioni per l’Italia e non per paesi stranieri) e prima del sorgere delle nuove speranze legate a Enrico VII. Del soggiorno parigino, e soprattutto di una qualche forma di frequentazione del locale ambiente universitario, resterebbe traccia nella menzione del “Vico de li Strami” (cioè rue de la Fouarre, dove si esercitava l’insegnamento delle Arti) in Pd X 137. Ma si può ipotizzare che in realtà, come altri fuorusciti, abbia trovato riparo ad Avignone.

1310

In autunno il nuovo imperatore Enrico VII (eletto il 27 novembre 1308, incoronato re di Germania ad Aquisgrana il 6 gennaio 1309) scende in Italia, interrompendo il lungo disinteresse manifestato dai suoi predecessori per la penisola (e stigmatizzato in Pg VI 97-117 e VII 91-6). Come Dante ricorda in Pd XXX 133-48, inizialmente Enrico si muove con l’approvazione di Clemente V (1305-14), che ha da poco trasferito la sede papale da Roma ad Avignone per assecondare il volere del re di Francia Filippo IV, ma presto il papa ritira il suo appoggio.

O che Dante abbia stazionato permanentemente in Italia, o che torni allora dalla Francia per l’occasione (come vuole Boccaccio, Trattatello A 76 = B 57), è certo che accoglie con entusiasmo la venuta di Enrico e indirizza una lettera (Ep V) ai signori italiani per invitarli a rendergli omaggio. Il luogo del suo incontro con l’imperatore non è sicuro: forse Milano, dove Enrico arriva negli ultimi giorni dell’anno e viene incoronato re d’Italia il 6 gennaio 1311.

Secondo la testimonianza di Biondo Flavio Dante, trovandosi a Forlì, avrebbe scritto una lettera a Cangrande della Scala per lamentare il trattamento riservato dai fiorentini agli ambasciatori di Enrico: se la notizia fosse vera, si tratterebbe del primo contatto documentato fra il poeta e il suo futuro patrono.

1311

Precorrendo l’auspicato itinerario dell’imperatore, Dante fa ritorno in Toscana: la Ep VI, destinata ai fiorentini e contenente l’invito a sottomettersi al naturale signore, risulta scritta il 31 marzo “alle sorgenti dell’Arno” [“sub fontem Sarni”]. Con ogni probabilità Dante si trova di nuovo presso i conti Guidi; e dallo stesso luogo, preoccupato per l’indugio di Enrico in Italia settentrionale, gli scrive il 17 aprile per esortarlo a scendere in Toscana e ad affrontare Firenze (Ep VII).

Le tre lettere successive (Ep VIII, IX, X), che sarebbero in realtà tre versioni della medesima lettera, sono brevi biglietti composti in nome della contessa Gherardesca di Battifolle (figlia del conte Ugolino della Gherardesca e moglie di Guido, del ramo dei Guidi di Battifolle) e diretti alla consorte dell’imperatore, Margherita di Brabante; solo la terza è esplicitamente datata 18 maggio e risulta scritta nel castello di Poppi.

La situazione non si evolve però nel modo sperato. Da un lato Firenze rinserra le sue file: il 2 settembre viene proclamata un’amnistia, detta di Baldo d’Aguglione (personaggio a cui è riservato un cenno di disprezzo in Pd XVI 55-6), mirante a recuperare parte dei fuorusciti e a escludere gli irriducibili (fra i quali viene menzionato Dante). Dall’altro lato l’imperatore si mostra incerto: perde quattro mesi nell’assedio di Brescia (arresasi solo il 18 settembre), si trasferisce a Genova per passarvi l’inverno (e qui il 14 dicembre gli muore la moglie), manda a Firenze ambasciatori che vengono respinti in malo modo (25 ottobre). Viene meno il clima di pacificazione che aveva accompagnato l’inizio della discesa di Enrico e riemergono le tradizionali divisioni: la cosa non è priva di conseguenze per Dante, costretto a barcamenarsi fra il ramo guelfo e quello ghibellino dei conti Guidi, ora riattirati nelle rispettive orbite politiche.

1312-3

Enrico lascia Genova e sbarca a Pisa il 6 marzo 1312; scende poi a Roma, dove viene incoronato imperatore il 29 giugno; si decide infine a porre l’assedio a Firenze, ma deve toglierlo nel giro di qualche mese e, dopo aver vagato inutilmente per l’Italia centrale, muore a Buonconvento il 24 agosto 1313.

Nell’ultimo periodo dell’azione di Enrico, e anche nella fase immediatamente successiva, Dante non deve essersi allontanato dalla Toscana: in base alla testimonianza di Petrarca, che dichiara di aver visto il poeta solo una volta durante la propria infanzia (Familiares XXI 15, 7), si presume che, come altri esuli (fra cui appunto il padre di Petrarca), stazioni a Genova oppure a Pisa, in attesa degli eventi. Può darsi che prima della morte di Enrico stenda il trattato latino Monarchia, favorevole all’ideologia imperiale (che secondo altri verrebbe composto più tardi, per sostenere i diritti di Cangrande della Scala, minacciato di scomunica da Giovanni XXII per la sua conferma a vicario imperiale).

1314

Dopo la morte di Enrico VII Dante può avere usufruito ancora dell’ospitalità dei Malaspina in Lunigiana.

[Alcuni ipotizzano un primo soggiorno ravennate presso Guido Novello da Polenta, che sarebbe avallato dall’autorità di Boccaccio, Trattatello A 79-81 = B 58-9 e anche da una lettera in volgare (generalmente ritenuta un falso cinquecentesco) scritta da Venezia il 30 marzo 1314 per riferire a Guido il risultato negativo di un’ambasciata nella città lagunare.]

[A quest’epoca si riferisce il controverso episodio relativo alla cosiddetta lettera di frate Ilaro: un frammento di epistola latina, scritta dal citato personaggio a Uguccione della Faggiola, tramandata da Boccaccio (che è stato considerato a lungo il principale indiziato dell’eventuale falsificazione, mentre di recente sono stati fatti i nomi di Giovanni del Virgilio e Sennuccio del Bene) nel cosiddetto Zibaldone Laurenziano e utilizzata nei suoi scritti su Dante (Trattatello A 192-4 = B 128-32; Esp. Accessus 74-7). Ilaro comunica di aver conosciuto un personaggio (mai nominato, ma sicuramente identificabile con Dante) che, di passaggio al convento di S. Croce del Corvo (presso la foce del Magra) per andare “nelle regioni oltre i monti” [“ad partes ultramontanas”], gli ha affidato una copia della prima cantica del poema, da consegnare appunto a Uguccione (le altre due cantiche essendo destinate a Moroello Malaspina e a Federico III re di Sicilia), aggiungendo di avere pensato inizialmente di comporlo in latino e di avere cambiato idea a motivo dell’abbandono in cui versano gli studi classici. Ammesso che tutto ciò sia vero, siamo portati a collocare l’episodio certamente prima dell’8 aprile 1315 (morte di Moroello) e verosimilmente in un periodo di poco posteriore alla morte di Enrico VII, quando Federico III (altrove sempre biasimato da Dante: VE I xii 5; Cv IV vi 20; Pg VII 112-20; Pd XIX 130-5 e XX 61-3) poteva apparire il continuatore della sua opera.]

Morto Clemente V il 20 aprile e riunitosi il conclave a Carpentras il 1° maggio, Dante indirizza ai cardinali italiani (non oltre il 14 luglio, giorno in cui vengono esclusi dai lavori) la Ep XI, per esortarli a eleggere papa un loro connazionale; dopo più di due anni di sede vacante verrà invece eletto un altro francese, Giovanni XXII (1316-34).

Probabilmente all’estate risale la più antica testimonianza sicura della diffusione dell’Inferno: Francesco da Barberino, Documenti d’Amore IV 3 accenna a un’opera dantesca “che si intitola Commedia e che fra molti altri argomenti tratta delle cose infernali” [“quod dicitur Comedia et de infernalibus inter cetera multa tractat”].

1315

Dopo la morte di Moroello Dante abbandona definitivamente l’orizzonte toscano e prende a gravitare intorno alle corti signorili dell’Italia settentrionale. In una data imprecisata ripara a Verona presso Cangrande della Scala, il principale esponente del ghibellinismo in Italia: sarà la sua dimora più stabile nel corso dell’esilio.

[Se la lettera a Cangrande (Ep XIII), destinata a illustrare i significati della Commedia e a sollecitare garbatamente un aiuto economico, è almeno parzialmente autentica, dovrebbe risalire ai primi tempi del soggiorno di Dante a Verona.]

Il 19 maggio il comune di Firenze, minacciato dall’azione militare di Uguccione della Faggiola (poi vincitore della battaglia di Montecatini il 29 agosto), concede un’amnistia a tutti gli esuli politici previo pagamento di una somma di denaro e la richiesta di perdono a S. Giovanni. Dante, informato della cosa, scrive a un innominato amico (probabilmente Bernardo Riccomanni, figlio della sorella Tana e frate francescano nel convento di S. Croce) la Ep XII per motivare il suo rifiuto di rientrare in Firenze a condizioni ritenute umilianti.

In conseguenza di ciò, il 15 ottobre viene rinnovata la condanna a morte e alla confisca dei beni per Dante e il 6 novembre vengono banditi i suoi figli, che già in precedenza devono aver raggiunto il padre in esilio. Si deve invece pensare che la moglie Gemma, la quale aveva visto migliorare la propria situazione economica dopo la morte della madre Maria (il cui testamento viene redatto il 17 febbraio, con un codicillo datato 24 maggio), rimanga a Firenze.

1316

Fra quest’anno e l’inizio del successivo si collocano ulteriori testimonianze della diffusione del poema, estese anche al Purgatorio: il volgarizzamento dell’Eneide di Ciampolo di Meo Ugurgieri contiene interi versi danteschi (If VI 13-4 e 27; Pg XXX 48), quello di Andrea Lancia una chiara allusione a Pg II 80-1. Inoltre un cartiglio che accompagna l’affresco della Maestà di Simone Martini nel Palazzo Pubblico di Siena presenta possibili echi di Pg XXIII 88; XXVIII 56-8; XXIX 148; XXXII 73-4.

1319

Probabilmente in quest’anno va collocato l’abbandono di Verona e lo stanziamento a Ravenna presso Guido Novello da Polenta. Le cause della partenza sono ignote: forse un accresciuto disagio per l’ambiente scaligero (di cui resterebbe testimonianza nell’aneddoto riferito da Petrarca, Rerum memorandarum libri II 83: Cangrande chiede a Dante come mai non riesce a rendersi gradito al pari di un buffone di corte, il poeta risponde che gli uomini apprezzano chi è simile a loro), forse la fama di amico delle lettere goduta dal nuovo signore o la possibilità di trovare una sistemazione ai figli (in questo periodo Pietro ottiene il rettorato di due chiese ravennati, S. Maria in Zenzanigola e S. Simone del Muro).

A Ravenna Dante ha intorno a sé una piccola cerchia di giovani discepoli, ricostruibile grazie a una serie di testimonianze prevalentemente boccacciane: Pietro Giardini (Trattatello A 186 = B 124; Esp. I litt. 5), Dino Perini, Fiduccio de’ Milotti, Guido Vacchetta (tutti e tre nominati nello Zibaldone Laurenziano, che identifica i primi due con il Melibeo e l’Alfesibeo delle Egloghe, il primo menzionato anche in Esp. VIII litt. 13), Menghino Mezzani (che Coluccio Salutati definisce “un tempo noto amico e compagno del nostro Dante” [“notus quondam familiaris et socius Dantis nostri”] in una lettera del 1399 al cancelliere dei da Polenta Niccolò da Tuderano, Epistolario XI 10).

1320

[Stando all’explicit della Questio de aqua et terra, la cui autenticità è però dubbia, il 20 gennaio Dante avrebbe parlato davanti al clero veronese nella chiesa di S. Elena per definire un problema cosmologico che gli era stato sollevato mentre si trovava a Mantova].

Nella prima metà dell’anno, mentre sta attendendo alla stesura del Paradiso, intrattiene una corrispondenza in esametri con il professore bolognese (ma di origine padovana) Giovanni del Virgilio, che lo invita a dedicarsi alla poesia latina: Dante risponde ribadendo la propria opzione per il volgare, ma utilizzando la forma dell’allegoria bucolica in stile virgiliano (Eg I). Nella sua ulteriore risposta Giovanni, che adotta a sua volta il travestimento pastorale, esprime il desiderio che Dante si trasferisca a Bologna.

1321

Stando a una postilla di Boccaccio nello Zibaldone Laurenziano, Dante tarda un anno a comporre l’ultima risposta a Giovanni del Virgilio e la morte gli impedisce di mandarla al destinatario; il carme (Eg II) contiene dichiarazioni di fedeltà a Guido da Polenta ed esprime timore per i pericoli che l’autore potrebbe correre a Bologna (pericoli da ricondurre probabilmente alla nomina di Fulcieri da Calboli a Capitano del Popolo nella città emiliana per il secondo semestre 1321).

In agosto Dante partecipa a una missione diplomatica a Venezia, voluta da Guido nel tentativo di stornare un imminente pericolo di guerra. Sulla via del ritorno attraverso le paludi di Comacchio contrae le febbri malariche che ne provocano la morte, a Ravenna, fra il 13 e il 14 settembre.