18. Dante profeta

È impossibile stabilire se Dante si sentisse realmente un profeta; è innegabile, però, che nella Commedia egli si proclama tale più volte. Profeta non perché ha il privilegio di leggere nel futuro e di predire gli eventi, ma perché può riferire ai vivi i vaticini ascoltati nel mondo ultraterreno.

Beatrice, alla fine del Purgatorio, Cacciaguida e san Pietro, nel Paradiso, lo investono esplicitamente di quel compito. E siccome la Commedia costituisce il compimento dell’incarico ricevuto, l’investitura data al personaggio finisce per ricadere sull’autore stesso. Resta il fatto, però, che essa è tutta interna alla fictio, e quindi è un’autoinvestitura. Ma, è stato detto, «perché Dante sia ascritto al rango di profeta, non basta la sua volontà di autore … Dante profeta deve fornire al suo tempo un segno oggettivo, indiscutibile, indipendente dalla sua volontà, ma non nascosto alla sua intelligenza: la concreta impronta del suo privilegio». L’unico vero segno oggettivo del profetismo dantesco è costituito dall’episodio della rottura del fonte battesimale raccontato nel canto infernale dei simoniaci. Se per secoli il suo messaggio non è stato decifrato, non è perché Dante ha voluto essere criptico, ma, più banalmente, perché con il passare del tempo è venuta meno la conoscenza della conformazione del fonte battesimale di San Giovanni. Il racconto di come egli avesse rotto una delle anfore piene d’acqua benedetta per salvare una persona (presumibilmente un bambino) che vi stava annegando persegue un duplice obiettivo. Siccome quel gesto era stato compiuto in pubblico e, probabilmente, aveva suscitato scandalo, adesso Dante ristabilisce la verità dei fatti («e questo sia suggel ch’ogn’ omo sganni»). Ma nel frattempo egli si è anche accorto che il suo gesto di allora aveva ripetuto quello del profeta Geremia, e si è persuaso che pure il suo era stato un gesto profetico: il segno che Dio, in quel luogo sacro, gli aveva affidato il compito di denunciare la simonia della Chiesa. E così l’atto che poteva sembrare uno scandalo, agli occhi di chi sapesse leggere i segni di Dio nella storia si sarebbe rovesciato nella certificazione del carisma profetico di chi l’aveva compiuto.

Nel prosieguo del canto XIX dell’Inferno il papa Niccolò III, infitto a capo in giù in uno dei fori circolari scavati nella parete della bolgia, predice a Dante, che si è chinato su di lui per meglio ascoltare le sue parole, il futuro arrivo all’Inferno di Bonifacio VIII (morto nel 1303), seguito poi da quello di un papa «di più laida opra», eletto, come il biblico Giasone, grazie a pratiche simoniache che gli avevano procurato l’appoggio del re di Francia. È Clemente V, qui ulteriormente bollato come «pastor sanza legge», come papa, cioè, che non rispetta alcun vincolo umano e divino, un’espressione con la quale Dante allude al «tradimento» da lui compiuto (nella profezia: che compirà) ai danni di Enrico VII («ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni» scriverà nel Paradiso). Se il canto dei simoniaci è stato composto entro il 1308-1309, i versi che stigmatizzano con tanto disprezzo l’operato di Clemente devono risalire a una revisione posteriore. Prima o dopo la morte del papa nell’aprile 1314? Nel primo caso, saremmo in presenza di una profezia (il decesso del papa), forse non del tutto azzardata, ma comunque da intendere come tale; nel secondo, ritroveremmo il solito modo dantesco di preconizzare eventi già accaduti. E questa seconda ipotesi, che appare la più probabile, ci porterebbe a individuare una revisione del canto grosso modo negli stessi mesi, la tarda primavera del 1314, nei quali Dante scrive l’epistola ai cardinali. Può essere significativo, allora, che i versi della Commedia insistano, più che sul voltafaccia del papa nei confronti dell’imperatore, sul momento della sua elezione simoniaca: significativo perché il conclave di Perugia che lo aveva eletto è proprio l’antefatto storico al quale la lettera ai cardinali fa riferimento, il misfatto che adesso i cardinali di Roma dovrebbero redimere nel nuovo conclave appena apertosi. Accettando l’ipotesi che nella primavera del 1314 Dante sia intervenuto sul canto di alcuni anni prima, non sarebbe affatto strano che proprio nei mesi nei quali manifestava pubblicamente il suo carisma profetico, egli avesse anche aggiunto la digressione autobiografica del battezzatoio infranto quale segno oggettivo del suo essere profeta. Sarebbe la conferma che il profetismo dantesco si precisa e, soprattutto, si esplicita nei mesi successivi alla morte di Enrico, come protesta volontaristica, come atto di fede nonostante tutto.